mercoledì 11 settembre 2013

3 - STORIA DEL CALCIO BORGOTARESE

Documento completo
3 - TARO-TARO -  STORIA DEL CALCIO BORGOTARESE DAI PRIMORDI AL 1973 

La squadra

 Si è sempre tramandato, almeno oralmente, che la prima vera ed unica squadra, con tanto di maglia e ragione sociale, fosse nata nel 1921 con il nome di “U. S. Borgotarese”. Grazie alla segnalazione di un amico, sono andato a visitare il sito internet del Comitato Regionale FIGC dell'Emilia-Romagna, ed ho trovato una ricca documentazione che riguarda anche il calcio borgotarese. Tra i documenti riportati, ve n'è uno, risalente al 1920, che elenca il nome di tutte le Società di Calcio (piccole e grandi) affiliate al Comitato Regionale della FIGC.Vengo così a scoprire un fatto di grande importanza: tra le cinquantotto società iscritte, tre soltanto appartengono alla provincia di Parma. Ebbene, incredibile, ma delle tre, due sono di Borgotaro: l'Unione Sportiva Borgotarese e la Liberi F.B.C., Borgotaro. La terza è il Parma A.S.

Non v'è dubbio che la denominazione della seconda squadra faccia esplicito riferimento a quello che fu il messaggio di Luigi Sturzo, indirizzato ai "Liberi e forti". Si trattava, infatti, di una squadra nata nell'ambiente cattolico, come tante altre, con la medesima denominazione, sorte in ogni dove. Squadre che nel dopoguerra, passata l'era fascsta, risorgeranno con il nome "Libertas".

Part. del documento
D'altra parte, negli anni venti, a Borgotaro, vi erano due bande, due società di Mutuo Soccorso, e non può meravigliare quindi la presenza, anche in campo sportivo, di un impegno diretto dei cattolici.

L'importanza del calcio borgotarese è poi sottolineata dal fatto che nel direttivo del Comitato Emiliano della Federazione, troviamo la presenza di Giuseppe Baduini (il futuro medico e per anni dirigente della squadra borgotarese)

Alla luce di tutto questo diventa comprensibile una filastrocca apparsa sul giornale satirico borgotarese "Sü e Zü pr'al Burgu", edizione 1922.

In 20 argute e spassose quartine in rima alternata, ci viene descritta la vita del Borgo di quei tempi, così come doveva quotidianamente svolgersi.
Una quartina, in particolare, può esserci utile, quella in cui l’autore scrive:

 i bülôti d’la Spurtiva
i fis-c’tti dal Pipi
cui ch’andava, cui ch’ v’gniva
cui ch’ r’stava sèimpr’ lì.



 Quando si nominano “i bülôti d’la Spurtiva” appare chiaro che ci si riferiva a giovani(l’autore stesso tra loro) che militavano nell'Unione Sportiva Borgotarese, mentre "i fis-c'tti dal Pipi" altro non erano che gli appartenenti alla squadra dei "Liberi", detti dal Pipì, perché vicini al Partito Popolare che allora rappresentava il partito dei cattolici. Era quindi una larvata presa in giro (i borghigiani ben comprendono il significato d' fis-c'tti", rivolto a dei giovani)

Siamo nel 1922 e di li a poco il fascismo saebbe andato all'attacco dell'associazionismo giovanile cattolico: sarà così per le società sportive dei "Liberi", come per l'organizzazione degli scout che finiranno per essere soppresse.



Nei giornali del tempo la cronaca sportiva trovava scarso spazio anche per gli avvenimenti nazionali. Possiamo immaginare, quindi, quanto rare e scarne fossero le notizie che riguardavano lo sport minore.
Da qui le nostre incertezze nell’esplorare questo periodo, nel corso del quale, tuttavia, riusciamo, qua e là, a trovare qualche notizia, qualche riferimento, qualche foto, che servono a gettare un poco di luce su un periodo quanto mai scarso di notizie.

Cominciamo da una foto che riproduce una formazione dell’U.S. Borgotarese. La foto riveste grande importanza perché è la più antica che si conosca, tra quelle che riproducono la squadra al completo, ma anche perché i giocatori si sono posizionati in modo da rappresentare la formazione e quindi il loro ruolo.
Possiamo così, analizzando l’immagine, ricostruire la seguente formazione:
Maffei; Poretti Enrico, Picelli Mario; Vietti Giacinto, Zucconi, Berni; Spagnoli Mario, Lencini, Dorà, Edoardo Coffrini, Picelli Gino.
La foto risale al 1922, tuttavia non ci è dato di conoscere a quale competizione l’U.S. Borgotarese partecipasse in quell’anno, tanto meno a quale partita possa riferirsi la foto.
Nella foto: da sx, in piedi Gino Picelli, Edoardo Coffrini, Dorà, Lencini, X
Accosciati: Berni, Zucconi, Vietti Giacinto,
Seduti: Picelli Mario, Maffei, Poretti Enrico.
La U.S. Borgotarese si fa strada

Devo a mio zio Corrado Bernardi la ricca documentazione fotografica, ora in mio possesso, che riguarda il calcio borgotarese nel periodo intorno agli anni ’30. Un periodo di intensa attività, con la partecipazione a importanti Tornei, anche a carattere regionale.
Purtroppo le foto sono, nella quasi totalità, prive di riferimenti a date, luoghi, partite, nomi.
Tra queste, tuttavia, una è di particolare importanza per le scritte che reca sul retro.
Si può così, attraverso questa foto, documentare:
- la partecipazione della nostra squadra al “1° Torneo Regionale Emiliano”;
- il risultato della partita: Sassuolo – Borgotarese 1-0;
- la data dell’avvenimento: 27 aprile 1930;
- la segnalazione che il portiere era Vietti.
In piedi, da sx. Cairo, X, X, Mangora, MIno Pellacini, Leonardi (Tabacu), Primo Brindani, G. Milza, Peppino Bracchi, Dallara (F'nestra).
Da sx, accosciati: Bianchinotti, Vietti
La partecipazione della nostra squadra al Torneo Regionale Emiliano, la lunga trasferta per recarsi a Sassuolo, ci consentono di scoprire quanti progressi avesse fatto il nostro calcio in quegli anni.

Trovo infatti sulla Gazzetta di Parma (allora Corriere Emiliano) alcune sporadiche notizie
circa quel Torneo. Le squadre iscritte erano dodici: Parma 2, Reggiana 2, Sassuolo,
Retro della foto.
Borgotarese, Centese, Vignolese, Fortitudo, S. Agostino, Bellaria, Faenza, Melandri, Albertocci. La presenza di squadre di centri importanti e assai distanti, quali Faenza, Bellaria, Cento, Vignola, lasciano intendere che si sia trattato di un Torneo importante. Da sottolineare che al Torneo partecipano 2 sole squadre della nostra Provincia: il Parma 2 e la Borgotarese.

Per quanto riguarda i risultati, abbiamo potuto rintracciarne, qua e là, soltanto alcuni.



Sassuolo – Borgotarese 1-0

Sassuolo – Parma 2 6-4

Reggiana B – Borgotarese 2-0 Nessun cenno alla formazione

Borgotarese – Reggiana B 1-4 Con rete di Bianchinotti

Borgotarese – Parma 2 3-0 Nessun cenno a formazioni e marcatori



Già il 19 gennaio 1930, sulla stampa, ho potuto trovare la cronaca relativa ad un incontro amichevole tra Borgotarese e lo Spezia, terminato con la vittoria della squadra locale per 1-0.

Non vengono riportati nè formazioni nè autore della rete.. Si dice, però, che tra i borgotaresi è emerso "il trio Vietti, Coffrini, Cairo".

Sempre nel 1930, a partire dal 15 giugno, si svolge a Borgotaro la Coppa Cocchi. Una Coppa che forse si disputava, ogni anno, in luoghi diversi. Lo lascebbe intendere il fatto che sul giornale si legge: "Quest'anno la Coppa Cocchi a Borgotaro". Anche qui le notizie rintracciate sulla Gazzetta di Parma, sono assai scarse.

Le squadre iscritte erano 16: Aulla, Ausonia SP, Borgotarese, Brin La Spezia, Fidenza, Fornovo, Langhirano, Giovane Italia, Noceto, Parmense, Pontremoli, Rapid, Rebecca, Salso, Vigili del Fuoco SP, Vigor.

Ho potuto trovare un solo risultato: Ausonia-Borgotarese 2-1

Gli anni della guerra
Lo scoppio della seconda guerra mondiale causò un notevole rallentamento, quasi la sospensione, dei campionati e dei tornei delle squadre minori. Molti giocatori (Brindani, Delgrosso, Leonardi, Bracchi e altri) vennero richiamati in servizio militare e inviati nei vari fronti di guerra. Nasceva in quei tempi la squadra della GIL (Gioventù Italiana del Littorio di mussoliniana memoria) detta anche di Frigeri.

 

martedì 10 settembre 2013

2 - STORIA DEL CALCIO BORGOTARESE


2 – Taro-Taro - Storia del calcio borgotarese dai primordi al 1973.



Dalla mia prefazione, per spiegare com'è nato il libro.

Quella sera del 2003, eravamo in Piazzale Verdi, davanti al cinema Farnese. C’erano diverse tavolate, piene di allegria e buonumore come si conviene quando si festeggiano degli atleti che hanno conseguito grandi risultati sportivi. Avevano invitato anche noi, che da anni, purtroppo, non corriamo sui campi erbosi, se non in sogno quando ci coglie la nostalgia di quel gioco che da giovani ci aveva stregati.

Ci avevano invitati perché nel campionato 1961-62, avevamo vinto il titolo regionale della nostra categoria.

Di quella leggendaria squadra, c’eravamo quasi tutti: mancava Peppino Mariani che non è più tra noi.

Circolavano foto, s’inseguivano ricordi, episodi, partite. Fu Costantini, formidabile portiere di quell’annata, a lanciare per primo la proposta: come mai a Borgotaro non avete mai pensato di scrivere qualcosa sulla squadra di calcio?

Già, come mai?

La proposta rimase per aria e senza risposta, ma quando alla tavolata si avvicinò il Sindaco Salvatore Oppo, e con qualche emozione tese la mano a Costantini ricordandone la bravura, la proposta cominciò a farsi concreta. Disse infatti Costantini, rivolto al Sindaco:”Senta, come mai a Borgotaro non avete pensato di scrivere una storia del calcio cittadino? Lo hanno fatto dappertutto dove ho giocato. Il comune deve provvedere”.

Pronta la risposta del Sindaco: ”Caro Costantini, c’è una sola persona che può scrivere quella storia”.

“Chi?”, chiese Costantini.

“La persona che le sta accanto”.

Quella persona ero io. Al che Costantini mi chiese come mai il Sindaco avesse fatto il mio nome. Gli amici intervennero dicendo che facevo parte dell’Ass. Emmanueli e che ero autore di alcune pubblicazioni. Ero, ormai, in trappola. Alla fine della cena ci spostammo al Mistrello a bere qualcosa e lì, facendomi prendere dall’euforia che si respirava, mi lasciai andare ad una promessa: avrei scritto il libro per l’anno seguente.
Eccolo il libro

Lo dedico a voi tutti, cari amici di gioventù: a quelli che ci sono e a quelli che come Luciano Costella, Gualtiero Giraud, Peppino Mariani, Gianfranco Mariani, Luciano Lazzarelli e Franco Rizzardi se ne sono andati anzitempo. Sarebbe stato davvero bello che oggi fossero qui con noi.

Insieme abbiamo trascorso giornate fantastiche e felici.

E' giusto che di quelle lontane imprese lasciassimo un segno, una traccia, a ricordare un tempo gioioso e spensierato: quello della nostra gioventù, quando stregati dal gioco rincorrevamo il pallone sugli spelacchiati campi di un tempo.

Un abbraccio a tutti.

Borgo Val di Taro, dicembre 2004

Giacomo Bernardi





PRIMI CALCI

"Il primo accenno al “giuoco del pallone”, in quel di Borgotaro, lo si trova in un documento settecentesco. Siamo nel 1777 e la famiglia Misuracchi, nobile e potente, alquanto tignosa come spesso risulta da altre attestazioni, chiede alle Autorità che i giovani borgotaresi la smettano di giocare a pallone nelle vicinanze della loro Casa.
Nobile e potente quella casata, e quindi la richiesta viene accolta. Risultato: divieto di giocare al pallone nelle vicinanze di Casa Misuracchi, anche perché in non poche occasioni pare accadesse che le vetrate andassero in frantumi, con fuga generale dei giocatori e danni quindi non risarciti.
Ma in Borgo c’erano famiglie altrettanto potenti, ed erano i loro rampolli che potevano permettersi questo “pubblico divertimento”, non certo i figli del popolo votati a ben altri trastulli.
Così parte il ricorso al Duca.
Diamine, come fa la gioventù bene del Borgo a godere le meritate vacanze senza questo “giuoco del Pallone”? Ma come si permette l’avvocato Misuracchi?
L’8 luglio1777 (a scuole chiuse), arriva al Commissario di Borgotaro la risposta del Duca.

Ill.mo sig. Commessario di Borgo Taro
In vista di una recente rappresentanza stata umiliata a S.A.R. per parte di codesta Gioventù di Borgo Taro, implorante il sovrano assenso, onde potersi, come in passato, esercitare nel giuoco del Pallone, fattosi dalla R.A.S. benigno riflesso non solo di essere questo l’unico e solo divertimento di cui possa la Gioventù predetta poter godere, quanto di essere il sito più comodo, ed in acconcio quello che altre volte ha servito per detto giuoco giusta le avute informazioni; pertanto non ostante il disposto nell’anno scorso si è ora degnata l’Altezza Sua Reale di voler condiscendere alla supplichevole istanza della surriferita Gioventù, accordandole che possa in detto sito riassumere l’uso del giuoco del Pallone, a condizione però che si giuochi in maniera che non si mostri di far sprezzo alla Casa Misuracchi, tale essendo la Suprema Sua Mente e che li Giocatori si obblighino a pagare del proprio tutte le spese, che occorrer potessero per le accidentali rotture, che mai facesse il Pallone alla enunciata Casa Misuracchi, e segnatamente per quei danni che il medesimo recar potesse all’Invetriate.
Quindi commetto alla S.V. di significare tutto ciò ai Giuocatori suddetti e sotto tali condizioni permettere loro in seguito l’esercizio del giuoco predetto, confermandomi per fine con stima di V.S. obbl.mo
Da Parma 8 luglio 1777

 In una mappa del periodo, risulta che i Misuracchi fossero proprietari di due fabbricati: quanto al primo si tratta del bellissimo palazzo sito in quella che oggi è la via Nazionale, quello per intenderci che ospita a piano terra la tabaccheria Gatti e il Bar Centrale. Il secondo era situato tra quella che oggi è via Corridoni e il Viale Bottego, alle spalle della Tipografia Invernizzi. Questo fabbricato confinava con un orto di proprietà Billò che, con ogni probabilità, doveva essere il famigerato campo di giuoco.
Sia stato quel “giuoco del Pallone” più o meno uguale a quello attuale, non lo sappiamo. E’ però certo che più di duecento anni fa qualcosa di rotondo già rotolava, rimbalzava, veniva lanciato, forse calciato, visti gli effetti che provocava alle vetrate dei burberi Misuracchi".

Con un tale documentato “pedigrèe”, mi pare che non possa destare meraviglia il fatto che Borgotaro sia stato, dopo Parma e Fidenza, il polo calcistico più importante della nostra provincia. Cosa di non poco conto ove si pensi alla posizione geografica del nostro paese, al suo isolamento, alla sua lontananza da ogni città.
Ma c’è un altro zoccolo ben più sicuro e vicino a noi, alla base della tradizione calcistica di Borgotaro.
Non sono pochi quelli che si chiedono perché la squadra di Genova si chiami Genoa Football Club e non semplicemente A. S. Genova, allo stesso modo che si dice A.S.Roma, A.S. Parma.
E perché mai si debba dire Milan e non Milano, così come si dice Bari, Brescia.
Bene, scusandomi con chi queste cose ben le conosce, ricorderò ai miei lettori che il gioco del calcio è stato inventato in Inghilterra. Lord e baronetti furono i primi a disputare partite che assomigliavano a quelle di oggi.
Nell’ottocento gli Inglesi avevano colonie ovunque e possedevano una flotta poderosa che solcava i mari di tutto il mondo: erano un poco i dominatori del commercio internazionale.
Nelle più importanti città europee, specialmente dove fiorenti erano i commerci, erano presenti numerose comunità di inglesi che accanto agli affari, nei quali erano maestri, non disdegnavano di disputare partite di calcio, divulgando così uno sport che avrebbe conquistato ben presto un posto di rilievo nel cuore di tutti gli europei.
Genova, che allora era città di commerci vuoi per la presenza del porto, vuoi per l’intraprendenza degli abitanti, ospitava nella seconda metà dell’ottocento una numerosa e attiva comunità inglese.
Costoro, individuato uno spiazzo nelle vicinanze del porto, cominciarono a disputare tra loro partite di calcio, finché nel 1893 fondarono la prima squadra di calcio italiana, con padri inglesi: il Genoa Cricket and Athletic Club che ancora oggi è la più antica società di calcio italiana in attività. Più che di una squadra, si trattava di un Club di persone che si dedicavano alle attività sportive: cricket e atletica in particolare.
Sappiamo come son fatti gli Inglesi: i loro Club sono “esclusivi”, così alle partite di calcio potevano partecipare soltanto loro.
Ma nel 1897 arrivava a Genova il dottor Misley, un medico che aveva il compito di curare i molti marinai inglesi che bazzicavano il porto. Naturalmente anche lui è appassionato di calcio, ma a differenza dei suoi connazionali, dimostra una maggiore apertura mentale. Si batte perché anche gli italiani possano entrare a far parte del Genoa Cricket and Athletic Club.
Così, nel 1897, nello statuto veniva inserita una norma che ammetteva l’ingresso di soci italiani che andavano così a rafforzare una compagine che già aveva dimostrato di saper giocare un buon calcio.
Sarà questa squadra che l’8 maggio del 1898 vincerà il primo campionato italiano di calcio, durato una sola giornata, con la partecipazione di quattro squadre ( Internaz di Torino, Torino F.C., Ginnastica Torino e appunto Genoa).
Cosa diavolo hanno a che fare questi inglesi con il calcio borgotarese, si chiederà più d’uno?
Vediamo di dare una risposta. Mentre i sudditi di Sua Maestà tentavano, a Genova e altrove, di insegnare il nuovo gioco, c’era chi, già da anni, era andato in Gran Bretagna e lo stava imparando direttamente.
Alla fine dell’ottocento, ultimati i lavori di costruzione della linea ferroviaria Parma - La Spezia, migliaia di valtaresi trovarono nella emigrazione l’unica via per risolvere i loro problemi economici.
Andarono ovunque per il mondo, ma in particolare in Gran Bretagna(Inghilterra, Scozia e Galles). Lì i giovani e le nuove generazioni impararono il gioco e le regole del calcio. Quando ebbero la possibilità di ritornare al Borgo vi portarono la novità. Risultato: già agli inizi del novecento a Borgotaro si giocava al calcio vero e proprio. Non solo, ma dall’Inghilterra e dalla Scozia arrivarono fior di giocatori che entreranno a far parte della leggenda del calcio borgotarese: Dorà, Cabrelli, Giulianotti, Coffrini, Zucconi, Berni, Fugaccia e tanti altri. Così, termini prettamente inglesi entrarono a far parte dello slang borgotarese: ops, corner, bek, half, centr’half, go.
Ecco, quindi, il secondo basamento, lo zoccolo duro del calcio borgotarese di cui parlavamo: l’emigrazione.
E con questo “nobile” e più che dignitoso passato, andiamo a narrare la storia dei primi calci, delle prime partite.


Il Campo di Pareto


 Intorno al 1904, gli Amministratori del nostro Comune con grande oculatezza decisero l’acquisto dell’intero podere detto “Pareto”, posto al di fuori delle antiche mura che ancora cingevano il Borgo. Il terreno in questione si estendeva dal sito ove oggi sorge il Cinema Teatro Farnese fino in fondo all’attuale Via Montegrappa.
Un progetto, approvato dal Consiglio Comunale nel 1911, prevedeva la sistemazione a giardino di una vasta area e la costruzione a margine di un grande edificio scolastico. Si prevedeva inoltre di urbanizzare l’area rimanente e di suddividerla in “34 lotti” di circa 700 mq. ciascuno.
L’iniziativa si completerà nel giro di qualche anno, ma intanto su quell’area pubblica i giovani borgotaresi avevano sistemato due “porte” e cominciato a disputare accanite partite di calcio. Le regole e i termini calcistici erano stati importati da giovani rientrati dall’Inghilterra.
Mitici giocatori di quei tempi furono: Dorà, Berni, Zucconi, Coffrini, Poretti, i fratelli Picelli.
In tutta la valle, era Borgotaro l’unico posto dove si giocava a calcio, così i contatti con altre squadre erano resi difficili dalle distanze e dalla precarietà dei mezzi di trasporto. Per alcuni anni, quindi, i borgotaresi giocarono tra loro. Si trattava di incontri tra celibi e ammogliati, tra frequentatori di bar diversi, fino alla disputa di un vero Torneo dei bar che si svolse nella piana oggi occupata dall’edificio del Liceo.
Nel podere Pareto, infatti, era ormai sorto il nuovo fabbricato scolastico(1915), mentre i soldati del 61° Reggimento Fanteria, aiutati dai prigionieri austriaci, avevano dato inizio ai lavori di costruzione del nuovo giardino che si sarebbe poi chiamato “IV novembre”.

lunedì 9 settembre 2013

1-STORIA DEL CALCIO BORGOTARESE

Quando si giocava nello spazio in cui oggi sorgono i giardini.
Si vede la facciata del vecchio teatro comunale.
1-Il calcio a Borgotaro
 
Leggo ogni tanto, sulla Gazzetta di Parma, notizie relative a manifestazioni organizzate per ricordare società sportive che hanno una lunga storia alle spalle. Sulla Gazzetta di mercoledì 4 settembre, ho letto un lungo servizio, con foto, ed il titolo a tutta pagina: "A Noceto il calcio compie 100 anni".

Nel resoconto e nelle foto, atleti che hanno dato lustro a quella società, con molti ultraottantenni ancora presenti.

Quest'ultima notizia mi ha portato a pensare che a Borgotaro mai si è organizzato un simile evento. Avendo giocato nel Pontremoli e nell'Aullese, ricordo che, negli anni passati, entrambe le due cittadine organizzarono qualcosa di simile. Vi partecipai volentieri, incontrando tanti amici con i quali avevo condiviso la passione per il calcio.

Lasciando un momento in disparte il motivo per cui al Borgo ancora non si è pensato a qualcosa di simile, pur avendo il calcio nostrano tanta storia (e che storia!) alle spalle, mi ha incuriosito l'accenno della Gazzetta ai "100 anni di storia" del calcio nocetano.

Ho letto attentamente l'articolo per conoscere la giustificazione (la documentazione) di tale titolo. Ebbene l'articolo parte così: "E' passato un secolo a Noceto da quel primo calcio dato ad un pallone in quel campo un po' improvvisato dietro la chiesa del capoluogo". Un po' vago l'accenno al primo calcio, mentre non si fa cenno alcuno alla prima società, al primo campionato disputato. E' da lì che si cominciano a contare gli anni di una società, non dai primi calci dati ad un pallone nel campetto della parrocchia. Il nostro calcio, quello borgotarese, poggia su basi documentali ben precise, ché se dovessimo parlare soltanto di primi calci potremmo partire non da 100, ma da 230 anni fa.

Provate a leggere quanto ebbi a scrivere nel volume: "Taro-Taro – Storia del calcio borgotarese dai primordi al 1973" - Edito nel 2004 -(€ 10).



"Il primo accenno al “giuoco del pallone”, in quel di Borgotaro, lo si trova in un documento settecentesco. Siamo nel 1777 e la famiglia Misuracchi, nobile e potente, alquanto tignosa come spesso risulta da altre attestazioni, chiede alle Autorità che i giovani borgotaresi la smettano di giocare a pallone nelle vicinanze della loro Casa.
Nobile e potente quella casata, e quindi la richiesta viene accolta. Risultato: divieto di giocare al pallone nelle vicinanze di Casa Misuracchi, anche perché in non poche occasioni pare accadesse che le vetrate andassero in frantumi, con fuga generale dei giocatori e danni quindi non risarciti.
Ma in Borgo c’erano famiglie altrettanto potenti, ed erano i loro rampolli che potevano permettersi questo “pubblico divertimento”, non certo i figli del popolo votati a ben altri trastulli.
Così parte il ricorso al Duca.
Diamine, come fa la gioventù bene del Borgo a godere le meritate vacanze senza questo “giuoco del Pallone”? Ma come si permette l’avvocato Misuracchi?
L’8 luglio1777 (a scuole chiuse), arriva al Commissario di Borgotaro la risposta del Duca.

Ill.mo sig. Commessario di Borgo Taro
In vista di una recente rappresentanza stata umiliata a S.A.R. per parte di codesta Gioventù di Borgo Taro, implorante il sovrano assenso, onde potersi, come in passato, esercitare nel giuoco del Pallone, fattosi dalla R.A.S. benigno riflesso non solo di essere questo l’unico e solo divertimento di cui possa la Gioventù predetta poter godere, quanto di essere il sito più comodo, ed in acconcio quello che altre volte ha servito per detto giuoco giusta le avute informazioni; pertanto non ostante il disposto nell’anno scorso si è ora degnata l’Altezza Sua Reale di voler condiscendere alla supplichevole istanza della surriferita Gioventù, accordandole che possa in detto sito riassumere l’uso del giuoco del Pallone, a condizione però che si giuochi in maniera che non si mostri di far sprezzo alla Casa Misuracchi, tale essendo la Suprema Sua Mente e che li Giocatori si obblighino a pagare del proprio tutte le spese, che occorrer potessero per le accidentali rotture, che mai facesse il Pallone alla enunciata Casa Misuracchi, e segnatamente per quei danni che il medesimo recar potesse all’Invetriate.
Quindi commetto alla S.V. di significare tutto ciò ai Giuocatori suddetti e sotto tali condizioni permettere loro in seguito l’esercizio del giuoco predetto, confermandomi per fine con stima di V.S. obbl.mo
Da Parma 8 luglio 1777

 In una mappa del periodo, risulta che i Misuracchi fossero proprietari di due fabbricati: quanto al primo si tratta del bellissimo palazzo sito in quella che oggi è la via Nazionale, quello per intenderci che ospita a piano terra la tabaccheria Gatti e il Bar Centrale. Il secondo era situato tra quella che oggi è via Corridoni e il Viale Bottego, alle spalle della Tipografia Invernizzi. Questo fabbricato confinava con un orto di proprietà Billò che, con ogni probabilità, doveva essere il famigerato campo di giuoco.
Sia stato quel “giuoco del Pallone” più o meno uguale a quello attuale, non lo sappiamo. E’ però certo che più di duecento anni fa qualcosa di rotondo già rotolava, rimbalzava, veniva lanciato, forse calciato, visti gli effetti che provocava alle vetrate dei burberi Misuracchi".

Voi capite che in base "al primo calcio", come scrivono quei di Noceto, il nostro sport avrebbe non 100, ma oltre 200 anni alle spalle. Nel prossimo post i documenti relativi alla nascita del calcio a Borgotaro, ossia alla nascita della prima Società, della prima squadra ufficiale.

Mappale 193= Casa dei Misuracchi
Mappale 194=Orto di Billò, nel quale si giocava.



sabato 7 settembre 2013

ASPETTI DI CIVILTA' CONTADINA: La nascita





L'arrivo della levatrice
 

La nascita














C'era un tempo un che di misterioso attorno ai momenti che accompagnavano la nascita,  gravidanza, parto, allattamento, prime cure verso il neonato nascondevano un mondo di pratiche e di credenze al quale accedevano solo le donne sposate o anziane. Per gli uomini quel mondo era invece chiuso, quasi proibito, tanto che spesso, come la volpe con l'uva acerba, si consolavano dicendo: -J'èin rob' da don'-(Son cose da donne), quasi fosse un segno di scarsa virilità il parlare o l'interessarsi di tali argomenti.
Il primo annuncio della gravidanza era, dalla sposa, riservato in genere alla madre o alla sorella; non di certo al marito che spesso, all'interno della famiglia, riceveva la notizia da ultimo quando i segni erano ormai evidenti.
Man mano, poi, che si avvicinava il giorno del parto, aumentavano le preoccupazioni della gestante. Innanzi tutto doveva nascondere ai bambini il suo stato indossando larghi vestiti. Le era inoltre vietato passare sopra una corda, indossare collane e, quando cuciva, doveva ben guardarsi dal mettere al collo, come s'usava, le gugliate di filo pronte per l'uso: il bambino avrebbe corso il pericolo di nascere "morto", strangolato dal cordone ombelicale. Non doveva guardare immagini brutte, né persone con difetti fisici: gobbi, zoppi, sciancati: il bambino avrebbe potuto ereditare quei difetti.
Altro grave pericolo per la gestante erano " l' voje"(le voglie) di un particolare cibo. Se alla gestante ne fosse "venuta una", subito avrebbe dovuto toccarsi i capelli o i glutei in modo che la voglia eventualmente trasmessa al bambino, apparisse in una parte di pelle nascosta dai capelli o dagli indumenti intimi. Coi tempi che corrono quest'ultima soluzione sarebbe invero poco efficace considerato il poco, o nulla, che ormai si nasconde...
Per contro pochi erano i riguardi che si avevano verso la gestante che continuava sia i pesanti lavori di casa: fare "la bügà"(il bucato), andare per acqua al pozzo o alla fontana, fare il pane, sia il lavoro dei campi e la cura dell'orto.
Quando il feto cominciava a dar segni di sé, s'apriva ancora un ventaglio di credenze, mentre le donne più "esperte" avanzavano le prime ipotesi sul sesso del nascituro. Se la madre avesse sentito "ar brüzur' d' stumgu"(il bruciore di stomaco)... erano i capelli del piccolo che stavano crescendo, e più bruciori la gestante provava, più aumentava la sicurezza del sesso: molti bruciori portavano infatti a dire: "t' gh' farè l' tr'ss'"(le farai le trecce), a significare che sarebbe nata una femmina. Se il feto scalciava doveva invece trattarsi di un maschio.
Ma il sesso del nascituro veniva pronosticato anche osservando la forma della pancia: una pancia a punta non poteva che generare un bel maschietto; una larga, una femmina. Se la faccia della gestante si fosse fatta brutta, emaciata, sicuramente sarebbe nata una femmina; una faccia che restava bella, liscia indicava invece l'arrivo di un maschio.
Il periodo della gestazione viene comunemente considerato di nove mesi, in realtà nel passato si contavano le lune e fin che non si fosse "fatta la luna" l'evento non si sarebbe verificato.
Il parto avveniva sempre in casa, alla presenza della levatricve; spesso, invece, con il solo aiuto di donne "esperte". Durante il travaglio, quando i dolori si facevano forti, alla donna veniva data un'ostia di segala che qualcuno s'era affrettato ad andare a prendere in canonica.
Cominciava poi, dopo il parto, la "quarantèina", un periodo di quaranta giorni nel corso del quale la puerpera doveva osservare scrupolosamente alcune norme. Non doveva togliersi, per tutto il periodo, la camicia che aveva indossato al momento del parto. Ciò per tener lontano il pericolo di emorragie, ma creando intuibili problemi di igiene.
Non poteva toccare acqua, né uscire di casa. Non poteva cambiare il modo di alimentarsi, né mangiare verdure per non provocare mal di pancia o dissenteria al neonato. Doveva mangiare molta polenta(specialmente i "casagati" e bere del buon vino per fare il latte.
Il piccolo, che non poteva essere condotto fuori prima del termine della "quarantèina", veniva fasciato dal torace ai piedi con "l' fas'" che dovevano essere girate molto strette perché in caso contrario il bambino sarebbe cresciuto con le gambe storte. In testa, poi, gli veniva sistemata una cuffia che non doveva essere di lana per non arrossare gli orecchi e danneggiare la crescita dei capelli.
Le mani venivano invece coperte con "l' manopul'"(manopole) perché non si graffiasse la faccia, in seguito all'allungarsi delle unghie che non potevano assolutamente essere tagliate prima del compimento del primo anno: in caso contrario il bambino sarebbe diventato un ladro. Così pure i capelli, prima di tale scadenza, non potevano esser tagliati: avrebbe rischiato la calvizie.
Il bambino veniva anche protetto dalle "strie"(streghe): a tale scopo gli venivano messi dei braccialetti con corallini rossi o anche del semplice cordoncino rosso che veniva appeso anche al "ciüciôtu", sempre contro il malocchio.
Spesso la puerpera non aveva latte al seno. In tal caso accadeva spesso che i figli venissero dati "a balia" ad una donna cui era morto il figlio appena nato o ad una che avesse latte in abbondanza. Il piccolo veniva restituito alla madre dopo circa un anno. Esistono tuttora in zona "fradei o surèl' d' lat'"
Al termine della "quarantèina" la puerpera si sottoponeva alla cerimonia della "purificazione". Entrava in chiesa e si fermava in fondo, vicina alla porta, guardandosi bene dal superare l'acquasantiera. Arrivava il sacerdote che le consegnava una candela che veniva subito accesa. Insieme, quindi, percorrevano l'intera navata e sempre pregando giungevano ai piedi dell'altare maggiore. Qui la puerpera riceveva la benedizione purificatrice. Al termine del rito avrebbe potuto riprendere la sua vita normale.
(Da: Aspetti di civiltà contadina in Valtaro - Testo di Giacomo Bernardi - Acqueforti di Mario Previ. 1987)

lunedì 2 settembre 2013

SCRITTI: 2^ - Fine. Le Comunalie della Valditaro

2-LE COMUNALIE DI VALDITARO
 
 
ASPETTI SOCIO-ECONOMICI


Le condizioni naturali sono alla base della organizzazione insediativo -territoriale della Valtaro, tuttavia nel tempo a queste si sono aggiunte, e in molti casi sovrapposte, particolari condizioni di carattere sociale ed economico che hanno finito per determinare profondi cambiamenti anche sul piano degli insediamenti e dello stesso paesaggio agrario.

I diversi modi di sfruttamento delle risorse del bosco, l’evoluzione delle tecniche agrarie, l’emigrazione e le consistenti rimesse dall’estero, il recente fenomeno dell’abbandono della montagna, per citarne alcune, sono variabili che hanno contribuito a determinare conseguenti cambiamenti.

Nel corso del medioevo avanzato, superati i secoli caratterizzati da guerre, carestie ed epidemie, le popolazioni riacquistavano fiducia, le città si rivitalizzavano, si riorganizzavano, si espandevano.

Al contado spettava il non facile compito di far fronte ai bisogni alimentari sorti in conseguenza dell’aumento demografico delle città.

Anche in Valtaro le popolazioni furono così indotte alla conquista di ogni possibile palmo di terra alle selve che un tempo dovevano giungere a lambire il corso del fiume Taro.

La scarsità di aree pianeggianti dovette infatti spingere verso l’alto gli uomini e intorno ai primi decenni del nuovo millennio si andarono formando, e in qualche caso consolidando, gli abitati rurali per la maggior parte corrispondenti agli odierni agglomerati di Costerbosa, Valdena, Camminata di San Vincenzo, Costatasi, Ca’ di Grossi, Buzzò, Mamponeto, Groppo. Ai quali in processo di tempo altri se ne aggiunsero.

Essi erano collocati ad altitudini comprese tra i 500 e 650 metri, lungo una linea tuttora visibile, che quasi veniva a dividere la parte coltivata che stava al di sotto(di proprietà individuale), da quella a bosco(di proprietà comune) che si estendeva immediatamente a monte.

Per secoli i beni comuni vennero goduti dai frazionisti a titolo puramente individuale, nel senso che le singole persone vi trovarono un tornaconto nell’uso del diritto di legnatico e pascolo.

Unica forma diversa di sfruttamento documentata fu quella della vendita alla Repubblica Genovese di legname per costruzione di navi e remi, anche se sconosciuti ci sono i risvolti economici dell’operazione e non sappiamo se, e in qual modo, i frazionisti ne ricevettero vantaggio.

In una zona a quasi esclusiva economia agricola che per la distanza dalla pianura e dalle città doveva trovare in loco il modo di risolvere i problemi della propria sussistenza, divenne ben presto importante lo sfruttamento delle proprietà comuni al fine di integrare il reddito agrario che doveva essere di poco conto ove si considerino l’esiguità delle terre coltivabili e la natura sassosa e scoscesa delle stesse.

Così in Valtaro si cominciarono ad usare gli alti pascoli in modo meno saltuario ed episodico e a conquistare alcuni siti di altura per coltivazioni particolari: avena, segala e poi patate, qui introdotte e coltivate fin dal 1545, per merito del Colonnello Guglielmo Power, Governatore di Borgotaro.1

Si crearono così, quasi in ogni frazione, dei caratteristici insediamenti stagionali d’altura composti di numerose caselle in pietra a secco con copertura in paglia di segala, somiglianti forse a quelle degli antichi Liguri.

Qui le famiglie risiedevano dall’inizio dell’estate fino ai primi freddi, di solito il 23 novembre, come dice un antico proverbio: “P’r Santa Catrèina la vaca a la casèina2 ”: si faceva legna, si pascolavano le bestie, si raccoglievano funghi e altri prodotti del sottobosco, si lavorava il latte ottenendone burro e formaggio, si coltivavano farro, spelta, avena, segala e patate.

I pascoli naturali permettevano il mantenimento di un buon numero di animali, senza per questo destinare a prato i terreni posti più a valle, vicini alle abitazioni, che venivano così utilizzati unicamente per cereali od altro.

Tra questi nuclei di caselle, tuttora presenti anche se ormai poco abitati, si possono ricordare: Vighini(850 m), per quei di Pontolo; Valvenera(960 m) per quei di Valdena; Nola(1080 m) per quei di Rovinaglia e Lago Pavé(1020) per quei di Buzzò.

L’esistenza di tali nuclei è documentata fin dal secolo XVI. Tra la documentazione relativa alla già ricordata vicenda delle liti accadute nel corso del XVII secolo, per la risoluzione della quale venne richiesto l’arbitrato della Repubblica di Venezia, esistono disegni che fissano la posizione di queste caselle ed anche le loro caratteristiche architettoniche. Particolare quest’ultimo assai importante ove si volesse, come sarebbe auspicabile, ricostruire, riattare tali villaggi stagionali situati in posizioni di particolare interesse paesaggistico.

Con l’avvento del Regno d’Italia, e la conseguente nuova regolamentazione, le singole Comunalie della Valtaro venivano amministrate da apposite Commissioni i cui membri erano annualmente eletti a scrutinio segreto, dai Consigli Comunali competenti.

In un’epoca in cui l’elettorato attivo dei Comuni di Borgotaro e Albareto superava di poco il centinaio di iscritti, e alle cariche comunali si succedevano quasi sempre le stesse persone, fu di grande importanza la nomina di queste Commissioni Amministratrici che se da una parte assicuravano un più corretto utilizzo della proprietà, dall’altra abituavano i frazionisti all’impegno civico, alla democrazia partecipata.

Si deve forse a questo impegno, nel quale finiva pian piano per essere coinvolta buona parte degli uomini della frazione, se cominciò a farsi strada, sia pure lentamente, una “coscienza di frazione” che alle esigenze ed agli interessi individuali seppe affiancare anche quelli dell’intera collettività.

Verso la fine dell’ottocento, allorché vennero approvate le prime leggi riguardanti l’istruzione obbligatoria, molte frazioni avranno il privilegio della presenza sul posto di una scuola proprio perché la “comunalia” del luogo si sarà addossata la spesa del locale, del riscaldamento e, a volte, anche del contributo nella spesa per i maestri che allora erano nominati e pagati dai Comuni.

Tuttavia nella seconda metà dell’ottocento, l’attività agricola su cui si basava l’economia della zona, non presentava miglioramenti di sorta, ferma com’era a tecniche colturali molto arretrate. Accanto a queste coesistevano, e si evidenzieranno sempre più in seguito, la bassa remunerazione del lavoro, la carenza di capitali, le insufficienti condizioni di commercializzazione, la scarsa iniziativa imprenditoriale.

L’intera valle era inoltre isolata, priva com’era di una viabilità decente in grado di metterla in contatto con il vicino Mar Ligure e con Parma. Così qualsiasi prodotto agricolo, del bosco o del sottobosco non poteva trovare sfogo alcuno in altri mercati.

Scriveva Rufino Mussi3: “Il lato più infelice di questo Circondario è la viabilità nella quale è paragonabile alle più derelitte e sconosciute zone della Basilicata. Questo Circondario[…] fu lasciato dai cessati governi segregato[…]non avendo mai posseduto, in tanta estensione di territorio, una sola strada carrozzabile. Tutti i trasporti si operano perciò a schiena di mulo”.

E ancora: “Il prezzo di trasporto a tonnellate dei prodotti è al minimo di lire 40 da Borgotaro a Spezia. Questo prezzo supera i noli dall’America all’Europa. Maggiori sono i danni arrecati all’agricoltura locale per le impedite esportazioni e così le patate nelle annate abbondanti hanno il prezzo di lire 4 al quintale, ne è facile esitarle perché il nolo supera il costo originario. Molto ne soffre anche l’allevamento del bestiame, del quale i prodotti maggiormente esportati sino i vitelli e i maiali grossi che debbono superare a piedi i novanta e i cento chilometri che ci separano dai luoghi di consumo, con grave scapito di peso e di qualità delle carni”.

Il Mussi scriveva anche che “si fa trasporto ma con fatica di castagne secche, carbone di legno, prodotti dei vimini, ghiande, pollerie, uova”.

Una situazione davvero pesante che tuttavia sottolinea l’importanza del bosco(castagne, carbone, ghiande ecc.) nella pur disastrata economia valtarese.

Fortunatamente sul piano nazionale il nuovo Regno, superate le ultime gravi epidemie di colera, assicurava migliori condizioni igienico-sanitarie, rendeva obbligatoria la vaccinazione, dava il via a grandi opere pubbliche. Sia pure in ritardo sugli altri Stati, l’Italia, specie al nord, viveva la sua piccola rivoluzione industriale. La popolazione era in aumento e tutto ciò trovava un insperato riscontro anche nell’economia silvo-pastorale della Valtaro.

Alcune ditte, quasi tutte forestiere, ottenevano appalti di boschi per ricavarne legna e carbone: non solo per riscaldamento delle abitazioni delle città situate nella pianura, ma anche per uso delle industrie, specie dei forni fusori lombardi.

Stagionalmente, poi, i boschi delle Comunalie ospitavano i così detti “Tornitori bergamaschi”: sotto questo nome si celavano diverse famiglie che ogni anno, in autunno, acquistavano un certo numero di faggi secolari che venivano abbattuti e lavorati sul posto in baracche provvisorie, per ricavarne con i torni piatti, tazze, bicchieri, posate e attrezzi vari.

Con i proventi fu così possibile costruire acquedotti, strade e altre opere per le quali i Comuni non erano in grado di provvedere.

Nel corso del decennio 1883-1893, durante il quale vennero intrapresi i lavori per la costruzione della ferrovia Parma-La Spezia, gran parte del legname necessario fu ricavato dai boschi delle Comunalie la cui sopravvivenza ha davvero del miracoloso ove si pensi al quantitativo ingente di “traversine” e al legname occorso per la puntellatura delle numerose gallerie, tra le quali va segnalata quella del Borgallo, lunga 7800 metri, che passava proprio sotto il territorio della comunalia di Valdena.

Ebbene si può ben dire che assai accorti siano stati gli amministratori delle Comunalie se al termine dell’opera il patrimonio boschivo non risultò esausto, ma fu anzi possibile sfruttare le già prevedibili potenzialità dell’ultimata ferrovia che finalmente metteva in contatto veloce e sicuro la Valtaro con le città e le industrie della pianura, da una parte, e il vicino Mar Ligure dall’altra.

A dire il vero l’ultimazione dei lavori di costruzione della ferrovia creò inizialmente una situazione di notevole disagio tra coloro, ed erano qualche migliaio, che vi avevano trovato lavoro per quasi un decennio. La chiusura dei cantieri aveva infatti lasciato senza lavoro un numero considerevole di manodopera che sarà costretta a trovare lavoro all’estero, dando così inizio ad un periodo di intensa emigrazione4.

Tuttavia l’avvento della ferrovia risolvendo l’atavico problema del collegamento con le città aveva rilanciato la produzione di carbone vegetale che aveva subito negli ultimi decenni un forte declino.

Infatti negli “Atti della Giunta Parlamentare per l’inchiesta Agraria del 1881” si può leggere che “…questo prodotto è caduto in deprezzamento, sì da non compensare le spese, stante la concorrenza del carbon fossile e per la cessata richiesta dei forni fusori lombardi, ora inviliti o per la maggior parte vinti dalla concorrenza della produzione inglese5.”

La relazione faceva riferimento alla situazione in atto nel 1881, ora invece numerose imprese forestiere, ma anche locali, avevano ripreso la loro attività di produzione sia di carbone che di legna da ardere.

Nel primo decennio del novecento si potevano notare alcuni segni concreti di un mutamento in atto. Si registrava un risveglio economico dovuto all’attivazione della ferrovia e alle rimesse degli emigrati. Prendevano nuovo e maggiore impulso le attività legate all’industria boschiva: centinaia di ettari di bosco(faggi e cerri specialmente) venivano convertiti in legna da ardere e da lavoro. Mentre le ramaglie, come già detto, alimentavano le carbonaie.

Le piante di castagno, invece, venivano utilizzate per l’estrazione del tannino e due volte la settimana dalla stazione di Borgotaro cominciarono a partire treni carichi delle caratteristiche “schiappe”(così venivano chiamate le parti che si ottenevano dalla spaccatura verticale del tronco in quattro parti) che raggiungevano uno stabilimento nella vicina Lunigiana6.

Queste attività, rese possibili dall’entrata in funzione della ferrovia, venivano condotte con metodi primitivi e richiedevano, pertanto, numerosa manodopera sia per il taglio manuale che avveniva unicamente con l’uso di grosse scuri, sia per il trasporto a mezzo di muli, oltre che per l’esercizio di teleferiche e per l’attività di custodia, accatastamento e carico.

Aumentavano, nel frattempo le ditte che si dedicavano all’esportazione: mirtilli, lamponi, bacche di ginepro, frutti di rosa canina, vimini prendevano la via dell’estero, in particolare verso la Confederazione Svizzera, ampliando così un’attività che in precedenza era limitata ai funghi.

Forse mai come negli anni che vanno dalla prima decade del novecento alla fine degli anni trenta, si riscontrò tanto fervore nei boschi delle Comunalie Valtaresi e mai come in quegli anni il bosco fu elemento fondamentale dell’economia dell’intera valle.

Tutte queste attività finivano tuttavia per arricchire poche persone, non certo i contadini della zona che venivano scarsamente retribuiti benché sottoposti a fatiche ed orari di lavoro inumani.

La raccolta dei prodotti del sottobosco veniva, in genere, effettuata da donne e bambini che dopo essersi impegnati per diverse ore nella raccolta dovevano poi scendere a valle percorrendo a piedi almeno una decina di chilometri per ricevere in cambio una vera elemosina.,

D’altra parte la bassa remunerazione del lavoro dei campi costringeva i contadini a ricercare ovunque anche modeste integrazioni al loro reddito.

Così se da una parte si riscontrava un notevole sviluppo economico, suffragato anche da dati statistici (vedi tabelle alle pagine che seguono), cui s’accompagnavano una maggior ricchezza ed una migliore qualità della vita, tuttavia ciò riguardava essenzialmente il fondovalle e in particolare il centro di Borgotaro, e toccava solo marginalmente gli addetti all’agricoltura.

Queste persone continuavano a vivere in case malsane, spesso nel piano posto sopra la stalla. Si trattava, in maggior parte, di piccoli proprietari che lavoravano fazzoletti di terra acquisiti attraverso una lunga catena di divisioni per successione dai quali non sempre riuscivano a ricavare il minimo per vivere, oppure di mezzadri che dovevano dividere(non ancora al 50%) con il proprietario il magro raccolto.

Scrive Luigi Rossi7: “…la gran maggioranza dei fondi, pur essendo diffusa la mezzadria, è però in mano di proprietari coltivatori diretti; lavoratori infaticabili e bonificatori incessanti[…]possessori di microscopici fondi, frazionati per di più in varie parti, e di una casetta ancor più microscopica e miserabile, essi fanno dell’agricoltura locale una agricoltura attiva, chiedendo alla terra quel pane che, con sistemi ormai superati, non potrà mai dare. Solo nel Comune di Borgotaro su 753 proprietari, 561 sono coltivatori diretti ”.

In tali condizioni non può destare meraviglia alcuna il fatto che i nostri contadini esercitassero quelle che venivano chiamate “industrie domestiche”. Infatti numerosi erano “i fabbricatori di bei cesti che si vendono in gran numero sul mercato di Borgo Val di Taro8 ”, mentre molti, specialmente nella Val Gotra e in Val Tarodine, costruivano remi, setacci, pale, mestoli, cucchiai e manici di faggio.

Tutti tendevano a produrre nel loro fondo la maggior parte di sussistenze occorrenti alla famiglia ed in questo trova giustificazione qualche pratica agraria non corretta, quale il non abbandono del mais e i ringrani.

Infatti nell’alimentazione della popolazione rurale prevalevano di gran lunga su ogni altro alimento i farinacei: pane di frumento, spesso misto, e pasta confezionata in casa. Impostante era poi l’uso del granturco che si consumava, in genere, sotto forma di polenta.

Larghissimo uso si faceva, lungo l’anno, anche di patate che venivano conservate da un raccolto all’altro. Di frutta se ne consumava poco o nulla, poiché i pochi meli e peri si tenevano soltanto per il vischio che, nel periodo natalizio, consentiva un qualche guadagno.

Sempre il Rossi riferisce che “Grandissimo consumo si fa di castagne secche sia come tali, sia cotte, sia ridotte in farina e quindi cucinate ad uso di polenta o di torte dolci. In certe plaghe dove i castagni danno altissimi prodotti, come ad esempio la Val Gotra e la Val Tarodine, si può ben dire che la castagna tenga nell’alimentazione umana, lo stesso posto del pane9 ”.

L’uso che si faceva della carne era ben al di sotto della norma. Si consumava principalmente quella di maiale, per la maggior parte confezionata in salumi di buon pregio, di produzione propria.

Largo uso si faceva di lardo e strutto di maiale con i quali si sopperiva alla relativa mancanza di burro dovuta al fatto che “…gran parte del poco latte disponibile vien consumata dal vitello,[…] e si confezionavano formaggi grassi, spesso misti a latte di pecora che poi vengono per la maggior parte destinati alla cucina domestica. Si confezionano pure formaggine di latte di pecora che, invasi dalle larve della Phiophila casei, divengono assi piccanti e sui mercati locali spuntano alti prezzi10 ”. Il riferimento è al “furmaju cui bèighi” detto anche “macu”.

Le uova, per antica consuetudine, rappresentavano un esclusivo guadagno della massaia. Venivano consumate in casa soltanto in occasione delle solennità, del resto vendute al mercato si trasformavano spesso in qualche pezzo d’abbigliamento o in qualche oggetto atto a soddisfare la vanità femminile.

Lo stesso vestiario, per quanto era possibile, veniva prodotto in famiglia.

Accanto alle maglie, alle calze, ai berretti ottenuti con la lavorazione della lana delle pecore, non erano pochi coloro che coltivavano un “canapaio” dal quale si ricavava la canapa che lavorata presso uno dei tanti mulini dotati di follo o gualcheria procurava il panno adatto a confezionare vestiti.

Questo periodo che terminerà negli anni dell’ultimo dopoguerra, si caratterizzerà per un arretramento dei boschi: in parte soggetti ad un taglio incontrollato e selvaggio, in parte a causa dei dissodamenti per conquistare qualche lembo di terreno coltivabile.

Anche sugli alpeggi, un poco per l’azione degli animali, un poco per opera dell’uomo, il bosco arretrerà per lasciar posto al pascolo o a qualche campo di patate o segala.

Il dopoguerra favorirà nuovamente una massiccia emigrazione alla quale poi si accompagnerà, negli anni dell’espansione industriale, il fenomeno dell’urbanesimo.

Migliaia di contadini abbandoneranno le loro case e le loro terre stanchi di una vita di stenti.

I boschi andranno via via perdendo la loro importanza economica man mano che il gas liquido prima, il metano e il gasolio poi, andranno a sostituire legna e carbone.

Legname da lavoro di miglior qualità e prezzo proveniente dall’estero, sostituirà quello dei boschi delle Comunalie.

Agli alpeggi salirà soltanto qualche anziano deciso a restar legato al suo passato. I boschi riconquisteranno il loro spazio a danno dei pascoli e dei coltivi.

Resteranno però silenziosi i mulini, gli essiccatoi, le case, i boschi, i villaggi d’altura. Nessuno produrrà cestini, setacci, remi. Anche le castagne, un tempo fondamentali nell’alimentazione, non verranno più raccolte.

Soltanto nella stagione dei funghi, prodotto tanto squisito quanto remunerativo, i boschi si rianimeranno.

Davvero troppo poco per una montagna che ancora nasconde valori e potenzialità.

Tabella n.1.

Movimento viaggiatori nelle principali stazioni ferroviarie del parmense(linea Parma-La Spezia) nel triennio 1907-08-09.


1907 1908 1909

Borgotaro 27.730 30.644 35.103

Collecchio 13.255 17.107 21.175

Fornovo Taro 23.480 27.911 32.565

(Fonte C.C.I.A. di Parma)


Tabella n.2

Movimento bestiame in partenza dalle principali stazioni ferroviarie del parmense(linea Parma-La Spezia) nel triennio 1907-08-09


Equini Bovini Suini-Ovini

1907 1908 1909 1907 1908 1909 1907 1908 1909

Borgotaro 52 48 41 * 221 2.300 * 1.409 1.855

Collecchio 1 5 9 * 72 117 * 623 656

Fornovo 2 11 102 * 298 428 * 308 463


Le statistiche del 1907 danno cumulativamente il numero dei capi bovini, ovini e suini.

In partenza da:

Borgotaro capi n. 5.003

Collecchio capi n. 989

Fornovo capi n. 798

(Fonte C.C.I.A. di Parma)


Tabella n.3

Ammontare dei depositi presso le filiali della Cassa di Risparmio di Fidenza, Busseto, Langhirano e Borgotaro.


Fidenza
Busseto
Langhirano
Borgotaro
1902
796.546
619.429
283.389
561.835
1903
766.942
603.760
295.887
632.922
1904
786.670
702.346
409.000
757.912
1905
895.984
773.847
425.000
813.540
1906
1.023.317
734.315
393.000
855.593
1907
1.155.290
884.980
503.846
873.807
1908
1.032.567
982.923
569.909
1.070.259
1909
1.199.045
1.028.694
653.963
1.217.465
1910
1.131.276
969.165
660.313
1.244.643

(Fonte: Saguatti, 1983)




Note

1- Gugliemo Power, irlandese, fu Governatore di Borgo Val di Taro dal 1749 al 1759.

2- Per Santa Caterina(23 novembre) la mucca alla cascina.

3- Rufino Mussi, Sulle condizioni agrarie del Circondario di Borgotaro, in Atti della Giunta per l’inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola, Roma, Tip del Senato, 1881.

Vedi anche: L’ambiente rurale valtarese alla fine dell’ottocento, Associazione A. Emmanueli Borgotaro, Chiavari 2001.

4- “…la vera emigrazione cominciò dopo il 1860 ed assume larghe proporzioni dopo il 1895, quando ultimanti i lavori della ferrovia Parma-LaSpezia, che avevano richiesto e occupato tante braccia, la disoccupazione ricacciò nel bisogno la nuova massa operaia”. Francesco Marchini, Montanari all’estero, Quaderni della Giovane Montagna n.26, Parma, 1938.

5- Rufino Mussi, Sulle condizioni agrarie del Circondario di Borgotaro, in Atti della Giunta per l’inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola, Roma, Tip del Senato, 1881.

Vedi anche: L’ambiente rurale valtarese alla fine dell’ottocento, Associazione A. Emmanueli Borgotaro, Chiavari 2001.

6- Nel 1929 la Ditta Ruggero Benelli di Prato aprirà a Borgotaro uno stabilimento per la produzione di estratto tannico.

7- Raffaele Rossi, Problemi economici della Val di Taro, Parma, 1928.

8- Raffaele Rossi, Op. cit.

9- Raffaele Rossi, Op. Cit.

10- Raffaele Rossi, Op. Cit. .



Autore creata ultima modifica
Giacomo Bernardi 23/2/04 2/5/08