domenica 25 agosto 2013

L'ARGOMENTO: La pata d'la lòina


La "Pata d'la loina"

Quando per la prima volta mi capitò di ascoltare il dottor Battaglioni parlare della "pata d'la loina", pensai che si trattasse di uno scherzo. A lui piaceva rifilare scherzi, così quella storia di numeri da sommare per poi scoprire l'età della luna, mi parve davvero poco credibile. Ma dopo... dopo andai a consultare una pubblicazione scientifica che tengo in casa dai tempi in cui mi ero appassionato alla astronomia, e constatai che la storia della "pata" aveva un fondamento scientifico. Infatti scorrendo velocemente l'indice m'accorsi che un capitolo era riservato alla "epatta della luna". Andai subito a leggere il contenuto del capitolo così scoprii che la cosa era seria e che quel nome dialettale piuttosto strano "pata", derivava nientepopodimeno che da un nome scientifico: "epatta".

Un tempo non era facile sapere con esattezza a che punto era la lunazione(sapere cioè quanti giorni aveva la luna), mentre oggi basta andare a consultare un lunario. Ma un tempo(e anche oggi per tanti) conoscere le fasi lunari era molto importante, perché a loro era legata l'opportunità o meno di affrontare lavori che avevano a che fare con i raccolti, con il bosco, con le semine. Oggi si conoscono scientificamente gli influssi della luna sull'attività linfatica delle piante. Un tempo questo non si conosceva, tuttavia gli uomini dei campi sapevano (senza spiegazioni scientifiche) che le fasi lunari erano importanti e che bisognava considerarle per non andare incontro a degli insuccessi. Ad esempio per tagliare una pianta da lavoro, bisognava farlo a luna calante per ottenere una maggiore durata del legno. Ma anche per imbottigliare il vino, seminare, far seccare i funghi, scegliere le uova da conservare, tosare le pecore, raccogliere frutti bisognava calcolare l'età della luna.

Ed ecco che i contadini conoscevano un modo semplice per calcolare, in qualunque momento, a che punto eravamo con il mese lunare.

Prima di tutto bisognava conoscere la patta del nuovo anno, che era un numero fisso determinato dal numero dei giorni che avanzano dall'ultima lunazione dell'anno precedente. Ogni anno, quando si giunge al 1° marzo, bisogna aggiungere 11 alla patta dell'anno precedente.

Bisogna ricordare che in questo calcolo, i mesi si cominciano a contare dal 1° marzo(che è il Capodanno lunare).

Facciamo un esempio che semplifica(spero) la spiegazione. Nel 2003 la patta era 27 e valeva fino alla fine di febbraio 2004.

Dal 1° marzo 2004 si calcola la nuova patta che si ottiene da 27+11=38, quindi la patta è 8 per via che in tutti i calcoli quando si supera il 30, bisogna togliere sempre 30. Una volta che si ha la "pata" ad essa si aggiunge il numero delle calende(per marzo=1; aprile=2; maggio=3 ecc.); a questa somma si aggiunge una cifra pari ai giorni del mese.

Così ad esempio se voglio sapere la situazione della luna al 1 marzo 2004, procedo così:

8(pata)+1(calende)+ 1(giorno del mese)= 10 La luna al 1° marzo ha 10 giorni, quindi è luna crescente.

Facciamo un altro esempio, per calcolare l'età della luna al 12 agosto 2004

8(pata)+6(calende, ossia i mesi partendo da marzo)+12(giorno di agosto in cui faccio il calcolo)=26, quindi luna calante.

Poiché il mese lunare passa i 29 giorni, ma non arriva ai 30, (per la precisione dura 29 giorni, 11 ore e 12 minuti)vi può essere, a volte, lo scarto di un giorno, altrimenti il calcolo è preciso. Provare per credere.
La Pata ( scientificamente EPATTA) per il 2013 è 17. Per ottenere quella degli anni successivi aggiungere sempre 11. Ricordare che se si supera il numero 30, bisogna togliere 30.
L'anno prossimo sarà 17 + 11 = 28. Nel 2015 sarà 28+11= 39. Togliere 30=9

LEGGENDE DELLA VALDITARO: Il carro dei monatti

Il Lago dei Monatti
C’era un tempo, a Pian del Monte, un lago. La configurazione attuale del luogo, senz’ombra di dubbio, lascia ancora intravedere quale ne fosse la posizione e l’estensione.
Lago appenninico, e quindi di modesta superficie, ma non di meno assai più esteso di quanti se ne possano oggi osservare in zona.
S’era nel 1638, appena trascorsi gli anni della grande peste, e una pastorella di Groppo venne, come ogni maggio, a pascolare il gregge lungo le sponde erbose del lago che allora aveva un nome un poco lugubre: lago dei Monatti.
Dal 1630 al 1632 la peste manzoniana aveva falciato a volontà nella Valtaro, e Tiedoli non aveva certamente avuto destino diverso dalle altre ville. Anzi furono tanti i morti che non si riusciva a trovare un numero sufficiente di vivi disposti a scavar fosse, vuoi per la fatica, ma ancor più per il timore d’appestarsi.
Così venne affidato l’incarico a tre persone esperte, appunto i monatti di Parma, i quali avendo superato la malattia ne erano ormai immuni. Giravano lungo il giorno per i casolari con un basso e largo carro ch’essi stessi trainavano a mano e sul quale deponevano due file di cadaveri che poi seppellivano.
Faticavano non poco a scavar buche sicché un giorno, scoperto il lago, trovarono più comodo gettarvi le salme, risparmiando di sotterrarle. E perché i paesani non scoprissero il malfatto, i monatti smuovevano un poco la terra, vi affondavano una croce, vi scrivevano un nome, così i Tiedolesi pregavano per i loro morti senza sapere che invece si trovavano sul fondo del lago.
Ma poiché anche a Tiedoli non si trovava, né si trova, diavolo in grado di fabbricar coperchi, un bel dì la cosa venne scoperta e i tre monatti, mani e piedi legati, gettati vivi nel fondo del lago che da quel giorno prese appunto il nome di Lago dei Monatti.
Quando nel 1638 vi giunse la pastorella di Groppo, la peste era solo un ricordo e lei, appena dodicenne, nulla sapeva di quanto era accaduto.
Ma a sera, con il sole che ormai se n’era andato oltre il monte Arsone, mentre sospingeva il solito capretto restio ad abbandonare il pascolo per rientrare, vide emergere dalle acque del lago un grande carro e tre persone che indossavano una specie di sajo, intente a caricare con fatica strani sacchi.
Diceva uno dei tre:- Non ci hanno nemmeno pagati. Così noi li riportiamo. Toccherà loro sotterrarli. Ogni notte ne porteremo un carico e con quello la peste.
La pastorella che aveva chiaramente inteso, tornata a cosa riferì ogni cosa al padre che l’apostrofò malamente:- Altre ragazze alla tua età vedono la Madonna o i Santi e tu invece vedi dei carri. Non farti sentire e vergognati!
Ma quando il mattino seguente si seppe di quei cadaveri trovati alla chiesa, l’uomo richiamò la figlia e si fece ripetere il racconto, prestando stavolta maggiore attenzione.
               
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- Erano tre gli uomini che caricavano? E il carro era basso e largo?
Le conferme della ragazza chiarivano ogni cosa. – I monatti. La peste! – trovò il tempo di dire e uscì.
Scese dal prete, tutto gli raccontò, fecero bruciare gli involucri che contenevano i resti, poi di corsa al Borgo: bisognava parlare con il Governatore e impedire che nella notte seguente altre salme fossero condotte alla chiesa. Un ritorno della peste sarebbe stato disastroso.
Ci volle del buono e del bello per convincere l’incredulo Governatore. Alla fine tuttavia ottennero il permesso di ritirare dal Castellano di Tiedoli un buon quantitativo di polvere da sparo per portare a termine il loro piano: far saltare la strada che dal lago portava al Groppo.
Essa correva, e corre tuttora, sul fianco di un roccione a strapiombo su un sottostante pianoro: si trattava dell’unica via che poteva permettere il transito dal lago al resto della frazione. Furono approntate le opportune cavità nella roccia, sistemata la polvere e la miccia ed infine l’esplosione ridusse il passaggio a poco più di un sentiero: il largo carro dei Monatti non sarebbe potuto passare.
La notte stessa i Tiedolesi, in attento ascolto, udirono in lontananza il rumore caratteristico del carro che s’avvicinava, poi un gran tonfo e il mattino seguente videro nel pianoro sottostante il carro, i tre Monatti e sei corpi avviluppati in vecchi stracci. Nessuno si avvicinò mai per toccare ed il luogo venne chiamato “Conca sola”, per via che per anni nessuno osò andarvi.
Ed in ricordo, quasi a impedire altri viaggi, venne eretta poco prima del dirupo una cappella che ancor oggi si può vedere.
Si recarono i Tiedolesi, poi, con pale e picchi sulle sponde del lago ed iniziarono a prosciugarlo gettandovi terra e massi: volevano ricoprire definitivamente i loro morti e cancellare il ricordo del Monatti.
Tre mesi di faticoso lavoro ci vollero, ma alla fine ogni traccia del lago sparì. E d’agosto si fece una gran festa che sempre si ripete da oltre trecent’anni.
Dei Monatti, da allora, nessuna notizia, ma qualcuno afferma che nelle notti di maggio, specie quando le piogge primaverili tentano di riformare il lago, si sentono ancora rumori sordi come di gente intenta a caricare pesi sopra un carro. Pochi lo credono, ma i Tiedolesi si son ben guardati dall’allargare la strada che stretta e pericolosa come un tempo, va dal Groppo alla Cappella.
E se da quella v’affacciate sul baratro e vedete in fondo le case di Concassola(così si chiama oggi la località), non chiedete perché mai si conservi un passaggio tanto angusto e pericoloso. Vi sentireste rispondere che le auto passano…..Ciò che non vi verrà detto, invece, è che loro delle auto interessa poco o nulla, l’importante per loro è sapere che per quella strada, così come è e come intendono mantenerla, il largo carro del Monatti non potrà mai più passare.

venerdì 23 agosto 2013

LEGGENDE: Il salto della Bella Donna

Il salto della bella donna (Al satu d'la bèla dona)


Il confine tra il territorio di Borgotaro e quello di Valmozzola è segnato, da sempre, da un vorticoso torrentello che scorre veloce tra quelle aride terre.

E’ il Testanello, che proprio nel punto in cui confluisce nel Taro forma, con le sue acque, una splendida cascata di circa quindici metri.

Quel luogo, da tempo immemorabile, è detto “satu d’la bèla dona” a ricordo di un fatto accaduto chissà quando.

Secoli addietro abitava in quella zona una giovane di straordinaria bellezza. Tanto era bella e da tutti ammirata che i suoi genitori avevano deciso di tenerla chiusa in casa, per sottrarla agli sguardi e ai desideri dei giovanotti locali, nella speranza forse di poterla destinare a qualche signorotto dei dintorni.

Usciva solamente, ma sempre accompagnata, per recarsi a Messa e qualche rara volta per attingere acqua alla fonte.

Fu proprio qui che un giorno le capitò d’incontrare un giovane. Di aspetto normale, gentile nei tratti e nei gesti, ma cieco.

Costui aveva sentito parlare della bellezza della giovane, ma mai aveva potuto ammirala né avvicinarla, così era curioso di ascoltarne la voce e giudicarne il sentimento, dato che a quei tempi oltre all’aspetto esteriore molta importanza veniva data alle virtù interiori, il che oggi par non s’usi più fare.

La giovane rimase colpita dai modi garbati del giovanotto tanto che da quel giorno, ogni volta che lo vedeva nei pressi della fonte, si recava a far provvista d’acqua. La cosa non era sfuggita all’attenzione dei genitori che non vedevano però alcun pericolo in quei brevi incontri, certi che una ragazza tanto ammirata e corteggiata non si sarebbe davvero “impegnata” con un cieco.

Un giorno la madre recandosi alla fonte con la figlia e trovandovi il giovane, lo invitò ad entrare in casa.

Come da questo si potesse giungere a ben altro, nessuno con precisione lo seppe, né mai lo si potrà sapere. Accadde comunque che, un bel giorno, tra la meraviglia generale, i due si sposarono.

Per la giovane, ormai donna, significò la conquista della libertà. Finalmente poté uscire a suo piacimento, intrattenersi con altri, ricevere complimenti, farsi delle amiche…Le parve, almeno per alcuni mesi, di rinascere, poi piano piano cominciò ad accorgersi che la condizione del marito le impediva di provare alcune soddisfazioni.

Lei avrebbe voluto, durante le sagre paesane, partecipare alle danze, ma a lui non piaceva la confusione e tanto meno trovarsi tra gente allegra e doversi accontentare di rimanere seduto in un angolo.

Ben presto la donna s’accorse di non poterne più e cominciò a pensare al marito come ad un peso che le impediva di godersi la vita.

Così un giorno, la meschina, meditò di sbarazzarsene.

Un mattino s’accostò al marito e con la scusa di una forte emicrania gli chiese di accompagnarla fuori.

- Andiamo giù verso il fiume – gli disse.

Piano piano giunsero là dove il Testanello, con un ultimo salto, va a morire nel Taro. Stavano proprio ad un passo dall’alto dirupo e mentre lui era tutto teso a cogliere sensazioni nuove, ella lo invitò ad avanzare: - Andiamo pure più avanti. Voglio vedere meglio la cascata.

Voleva che fosse lui stesso a cadere nel vuoto, quasi ad avere meno scrupoli.

Ma lui estasiato disse: - Aspetta un momento. E’ tanto bello stare qui. Ci torneremo spesso.

In quel momento alla donna venne alla mente la noia di tante ore trascorse con il marito e decise così di affrettare la conclusione dell’infame disegno. Ma nel momento stesso in cui questa, piena di rabbia, si lanciava verso il marito per sospingerlo nel baratro, lui si scansò e la malvagia, con un urlo straziante, finì sfracellata tra le rocce sottostanti.

Da allora quel luogo è detto “Satu d’la bèla dona”.

giovedì 22 agosto 2013

LABORATORIO: (parter 2^) Quando eravamo francesi

Quando eravamo francesi(1804-1814) (parte 2)

Gli avvenimenti descritti trovano puntuale conferma negli appunti lasciatici da un altro parroco della zona: don Antonio Gennari, parroco di Pieve di Campi.

In un fascicoletto dal titolo " Memorie di fatti parziali avvenuti in questa Parrocchia e generali avvenuti in questi paesi e altrove", scrive: "Il giorno 26 maggio dell'anno 1799, trovandosi un piccolo staccamento di Tedeschi[1] a Borgotaro, Bardi e Compiano, un grosso corpo di truppe francesi, Liguri e Cisalpine[2] collegate assieme in giorno di Domenica discese dal Monte di Cento Croci calcando la strada mulattiera sino a Spallavera di San Quirico, da dove adocchiando un piccolo corpo di Tedeschi che sulla ghiaia della Gotera[3] unitamente ad un gruppo di miliziotti nostrali[4] avviavasi a detto monte Cento Croci, calò rapidamente alla detta ghiaia della Gotera per cominciare la disputa coi detti Tedeschi e miliziotti nostrali che, conosciuti i nemici ed assalitori voltarono i passi verso il Palazzo della Brugnè ove seguì un ostinato fucilamento da ambedue le parti senza morte di un uomo. I miliziotti nostrali si dissiparono, et obierunt unusquisque in domum suam[5], i Tedeschi inferiori assai di numero ai Francesi ritiraronsi a Borgotaro e serrarono le porte, e a notte avanzata partirono secretamente e s'incamminarono alla volta di Parma e così la mattina seguente[6] i Francesi non trovarono più ostacoli a detto Borgo che fu obbligato a provederli d'ogni maniera di viveri.

Dopo tre giorni arrivò altra numerosa truppa francese discesa da Cento Croci che divisa in due colonne, una calò alla parrocchia di Campi, e l'altra transitò per la Costa della Marzola, calò a Boniceto e passò in seguito nel piazzale di questa chiesa e tenendo la strada del Cornale[7] andò a unirsi con la colonna arrivata a Campi, ove si accamparono nei boschi castaneati di La Valle, la Pellizzera, Cacciaguerra e Menino in veduta del Castello di Compiano presidiato da centoventi tedeschi all'incirca.

Sarebbe una memoria seccante l'indicare i danni particolari e generali arrecati in tali circostanze dalle truppe francesi, e tedesche per vivere e per alloggiare sotto baracche formate con colonne e scorze di castagno che il ferro niente perdonò alla più bella e migliore alberatura, e il danno per questo solo titolo faceasi montare a duemila scudi di Francia.

La mattina dell'11 giugno essendo calato giù dall'anzidetto monte di Cento Croci altro corpo di truppa Francese (tutti quei corpi formavano la divisione del Generale Victor, che passò a Campi) ed unitosi all'accampamento o armata di Campi, alloggiarono in questa canonica nove Ufficiali francesi, ed un colonnello con sei soldati di loro servigio, ove tutti pranzarono in questa saletta. Tutta la truppa andò poscia a Borgotaro, ove pernottò[8], indi passò a Parma per unirsi all'armata di Mac Donald in ritorno da Napoli per battere i tedeschi e Russi. Ma come si sa alla famosa battaglia della Trebbia che durò tre giorni, fu invece battuto e sconfitto".

Le preziose testimonianze tramandateci dai due parroci, trovano ulteriore conferma in alcune lettere che la Comunità invia al Duca.

La prima è dell'11 agosto 1799 e dice: "…indotti dal peso delle circostanze si fanno coraggio […] di rappresentare alla Sovrana Vostra comprensione lo stato del bisogno urgente ove si ritrovano di essere soccorsi di frumento e di melica per la somministrazione del Pane e foraggio alle Truppe Austriache che sono per transitare ed alloggiare nel nostro Territorio. L'attuale siccità sottrae anch'essa il comodo della macina per cui fa desiderare col frumento, la provvidenza che fosse macinato e ridotto in farina …"

Si aggiunge pure che "…le forze della riferita popolazione ormai più non reggono dopo le longhe prestazioni fatte alle Potenze belligeranti…"

In un'altra lettera del 2 settembre si chiede ancora una volta il permesso di poter acquistare vino forestiero poiché "…la popolazione di Borgo Taro trovasi al sommo sprovveduta di vino tanto venale[9] quanto per uso delle particolari famiglie attese la consunzione di esso fattasi in occasione del passaggio e dimora delle truppe estere".

E ancora qualche giorno dopo si fa presente che "li continui soccorsi prestati dalla Comunità di Borgo Taro alle Truppe delle Potenze Belligeranti hanno esaurito non solo il Civico Erario, ma la prima Tassa di provvisionale sovvenzione dalla Reale Vostra mente convalidata…La giornaliera sussistenza di replicate gravi spese onde provvedere ai nuovi bisogni delle dette Truppe, toglie ogni mezzo onde coprire il vuoto dei lunghi debiti contratti a fronte di una viva pressante necessità…" e si chiede la facoltà di imporre un secondo prestito.

Non c'è da meravigliarsi se in tali frangenti, molti consiglieri della Comunità disertassero le sedute dei Convocati. Queste assenze che spesso invalidavano le riunioni proprio nel momento in cui gli avvenimenti richiedevano decisioni urgenti e importanti, furono causa di malumori da parte dei più assidui, tanto che il 2 dicembre 1799 il Console chiedeva al Duca di convalidare le decisioni assunte nell'ultimo "comunitativo convocato" anche se non legittimato "dal numero prescritto dalle statutarie disposizioni". E continuava: "Quei doveri che corrono ad ogni buon cittadino di prestarsi per la Sua Patria, animati le tante volte dal vivo spirito delle superiori provvide cure, o sono estinti o sono non curati per la colpevole indolenza di molti degli individui della Comunità. Fa ribrezzo nel cuore dei buoni a vedere il disordine cotanto moltiplicarsi. Arrestatelo o clementissimo Principe…arrestatelo senza dimora e quando vi sia Persona tanto ritrosa che offenda le leggi, non sia questa per isfuggire il peso del meritato castigo".

La risposta immediata del Duca(da completare)


Natale di guerra, fu quello del 1799, per i Valtaresi, o meglio, se non di guerra vera e propria, tuttavia trascorsa con truppe straniere in casa.

E' del 24 dicembre l'ultima lettera di quel burrascoso anno che dal Borgo parte per Parma. In essa si può leggere: "Per la vicinanza che resta tra Borgo Taro e la Fortezza di Compiano ove risiede la guarnigione austriaca, aumentata in oggi dal Battaglione Paulich, risente la Comunità di detto Borgo fortissimi pesi alle requisizioni del Comandante di quella fortezza, non solo per le diverse già fatte somministrazioni di farine, ma segnatamente per le vetture e trasporti. Le sue forze sono giunte al maggior grado di ristrettezza e non è possibile a poter reggere più oltre dopo tutti gli aggravi che ha dovuto soffrire in tutto il decorso autunno".

Nella lettera si chiede che i trasporti, sempre a carico dei Borghigiani, vengano invece suddivisi tra i due comuni e che quei del Borgo siano obbligati a farli fino al confine della loro giurisdizione e cioè fino alla località detta la Casa Bianca.[10] Don Varsi, che per molti segni appare filoimperiale, nel suo diario a mo' di chiusura degli avvenimenti di quel memorabile 1899, e quasi a voler sintetizzare l'intera vicenda, scrive: "…acquistatosi poi dagli Austro-Russi terreno e recatisi nel Genovesato, i Francesi non si sono più veduti", anche se le cose non andarono secondo i suoi desideri. Infatti è costretto suo malgrado a proseguire il diario di questa guerra tutt'altro che finita E lo fa con grafia più minuta del solito, e senza accenno a particolari, quasi a voler nascondere, o comunque minimizzare l'accaduto.

Scrive: "Nel decorso della seconda settimana di quest'anno 1800, partiti dalla Liguria alcuni Tedeschi, parte in Compiano, parte in Bardi e centottanta in Borgo Taro, si sono ritirati senza sapersi il preciso motivo.

Finalmente ebbero la grazia di essere lasciati partire da buoni Francesi e così dopo essersi vantati d'avere in pochi giorni acquistata l'Italia, in minor tempo l'hanno subito perduta". E questo è un poco il succo dell'intera vicenda, come la vide don Varsi.

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Che cosa era accaduto da cambiare il corso degli avvenimenti? Come mai le Potenze coalizzate dopo aver riconquistato, in breve tempo, tutti i territori da poco perduti, stavano ora battendo in ritirata, non solo nella nostra valle, ma in ogni parte d'Europa?

Avevamo lasciato Napoleone e la sua Armata in Africa, privi di flotta per poter ritornare. Venuto a conoscenza di quanto stava accadendo in Europa, decise di rientrare senza truppe ed eludendo la stretta sorveglianza degli Inglesi riuscì a salpare e a sbarcare in Francia, insieme a pochi compagni, tra i quali Junot, un personaggio del quale dovremo riparlare.

Approfittando della sua popolarità, Napoleone pensò d'impadronirsi del governo: così, ingigantendo i pericoli di complotti, si fece assegnare i pieni poteri militari per la difesa della Costituzione. Il giorno seguente fu proclamata la soppressione del Direttorio e venne creato un governo provvisorio, retto da tre Consoli, con l'incarico di preparare una nuova Costituzione che venne ben presto approvata. Essa prevedeva che il potere esecutivo fosse in mano ad un Consolato composto di tre Consoli, tra i quali uno (Primo Console) avrebbe avuto l'autorità di un monarca: naturalmente l'incarico di Primo Console se lo prese Napoleone.

Sistemata la situazione politica interna francese, si apprestò a combattere le forze della seconda Coalizione. Come al solito entrò in scena in modo imprevedibile: mentre l'esercito austriaco in Italia, gravitava verso al Liguria, egli valicò le Alpi in una zona impervia: il passo del Gran San Bernardo. Piombò così alle spalle degli Austriaci, ma anziché attaccarli, puntò su Milano per chiuder loro la possibilità di ricevere aiuti e rinforzi. Dopo di che, il 14 giugno attaccò di sorpresa a Marengo, riportando una nuova vittoria. In breve l'esercito francese dilagò nuovamente per l'Italia e si ristabilì ben presto la situazione precedente.
Ecco perché Don Varsi rivide, e li rivedrà per molti anni ancora, i Francesi tornare in Valtaro.
L'Austria fu costretta a firmare la Pace di Luneville (1801) con la quale, tra le altre cose, fu stabilito che il Granducato di Toscana, con il nome di Regno d'Etruria, passasse a Lodovico di Borbone figlio del nostro Duca e, come già s'è detto, genero del Re di Spagna, avendone sposato la figlia.

La notizia è importante ai fini della nostra narrazione poiché, in compenso di ciò, alla morte del nostro Duca, nel Ducato di Parma si sarebbero definitivamente insediati i Francesi.

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Rifacciamo un piccolo passò indietro con la speranza che il lettore si sia accorto come spesso siamo costretti ad anticipare le grandi linee della storia, per poi meglio ritrovarci nel narrare i particolari fatti che riguardano da vicino la nostra valle. D'altra parte ben difficile sarebbe il capire alcuni avvenimenti locali, senza avere una chiara visione di quelli generali.

Abbiamo detto che quello del 1799 fu un Natale di guerra, ma le cose non cambiarono con il nuovo anno e già nel giorno dell'Epifania la Comunità si rivolgeva al Duca per fargli presente che "dopo il prestito forzato di 4.000 zecchini […]si vide coinvolta, per la sua località, da aprile a questa parte, nella guerra, senza chiedere dal Paterno Vostro Cuore una qualche provvidenza che minorasse la deprecabile sua condizione pel continuo passaggio e permanenza delle truppe Belligeranti […]. Cessate ben presto le pubbliche risorse ed esausti col mezzo di requisizioni e ripetuti sussidi d'ogni genere, le facoltà dei suoi abitanti, si vede in oggi nell'impossibilità di poter secondare da per sé sola le continue spese che segnatamente occorrono per i Quartieri d'Inverno[11] presi in Borgo Taro da una porzione del Battaglione Imperiale Taic-Bonat […] implora quindi la Comunità un sussidio in contante che basti ad assicurare la buona armonia delle Truppe cogli abitanti, la sussistenza delle famiglie miserabili impiegate in serviggio dell'armata, e messe a carico di questo Pubblico".

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Le cose non migliorarono perché nuovamente il 22 gennaio la Comunità si lamentava che "…non ha avuto chi la soccorra nel corso della triste vicenda di una Longa Guerra, e fra lo sterile delle sue montagne sospirosa attende un qualche sollievo […]. Di già buona parte degli abitanti delle campagne, vinti dall'inopia, i propi beni e le case loro hanno abbandonato per procacciarsi un qualche ristoro in estere contrade e forse che tal sorte aspetta molte famiglie ancora dei Possidenti [...] stendete A.V.R il Vostro Braccio che ci sostenta dall'ultimo punto fatale delle nostre sventure".

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Proprio in quei giorni in valle tornavano i Francesi. Non si hanno notizie di fatti d'arme, ma è probabile che gli Austriaci abbiano lasciato il Borgo senza combattere, Non è però escluso che tanto gli Austriaci nell'abbandonare la valle, quanto i Francesi nel rientrarvi, si siano lasciati andare alle solite violenze e razzie.

Lo lascerebbe intendere una lettera del Console di Borgo Taro con la quale egli chiede "…per ristorare con le granaglie l'inopia delle famiglie […] la facoltà di provvedersi, a contante, nella città di Parma, munendo la Comunità dell'opportuna licenza di estrarre dalla Città e Ducato, fino al proprio territorio".

Con ogni probabilità le riserve, sia di viveri che di denaro, erano ormai veramente esauste ed il 2 giugno in risposta ad una lettera del Duca, il Console Maggiore Angelo Boveri scrive: "La Comunità di Borgo Taro si è incaricata delle più sollecite cure col mezzo di diversi suoi deputati per rinvenire dai maggiori Benestanti del Paese e delle Ville del suo Territorio, quel gratuito soccorso di denaro che a termini della Sovrana insinuazione doveva impiegarsi a riparo delle indigenti famiglie di detta giurisdizione". La lettera continua facendo presente che si è anche proposto di ricompensare con gli interessi coloro che avessero prestato denaro, ma "…non s' è trovato alcuno imprestante, per essere li Possidenti anche migliori, inabilitati dall'impotenza loro cagionata dalla tenuità dei redditi percetti, e dalle gravissime spese e contributi pubblici di ogni genere che hanno dovuto sostenere in occasione della guerra attuale".

Par di capire che la guerra, ormai lontana, abbia tuttavia lasciato delle ferite gravi. E ciò è comprensibile per una terra che a sufficienza, e anche più, produceva per i suoi abitanti, ma non per sfamare migliaia di soldati.

*

E' ora tempo che ci concediamo una pausa ed anziché seguire il corso degli avvenimenti, chiarire invece al lettore l'organizzazione della nostra Giurisdizione, cercando di dare se non un volto, almeno un nome alle persone che ricoprivano le cariche più rappresentative.

Era, quella di Borgo Taro, una delle giurisdizioni più importanti del Ducato. Oltre il Borgo, il territorio comprendeva le seguenti Ville o Comunelli: Brunelli, Porcigatone, San Martino, Caffaraccia, San Pietro, Tiedoli, San Vincenzo, Valdema, Rovinaglia, Pontolo, Baselica, Gotra, Buzzò, Albareto, San Quirico, Campi, Pieve di Campi, Tombeto, Groppo, Caccarasca, Folta e Codogno. Praticamete se si escludono Belforte e Gorro, allora sotto Berceto, la nostra Giurisdizione comprendeva i territori degli attuali Comuni di Borgotaro e Albareto.

La popolazione del Capoluogo (comprese le località in Sinistra e Destra Taro appartenenti alla Parrocchia di San Antonino), era di 2.368 abitanti, mentre quella dell'intera Giurisdizione era di 8.834 abitanti.

Siamo nuovamente debitori verso don Varsi per averci egli lasciato, nel suo diario, l'elenco delle varie parrocchie con l'indicazione del numero dei rispettivi abitanti, che riportiamo:

Borgotaro San Antonino 2.368
Brunelli San Donnino 302
Porcigatone San Pietro 468
San Martino Rivosecco 119
Canal di Vona San Pietro 250
Caffaraccia San Rocco 257
Tiedoli San Giovanni Battista 509
Ceppin Pontolo San Giovanni e Paolo 270
San Vincenzo Bocco 212
Rovinaglia San Pietro 230
Valdena Santa Maria 270*
Baselica San Benedetto 510*
San Quirico 236
Folta e Tombeto 535
Groppo San Pietro 457
Cacciarasca Sant'Andrea 340
Pieve di Campi San Paolo 276
Campi San Cristoforo 255
Codogno Sant'Antonio e Savino 212
Albareto 312*
Gotra San Michele 295*
Buzzò Natività della Beata Vergine 151*

Le parrocchie segnate con l'asterisco non facevano parte, come non lo fanno tuttora, della Diocesi di Piacenza. Pertanto Don Varsi ne riporta la popolazione complessiva( 1538 abitanti) che abbiamo cercato di suddividere, tenendo conto di alcuni parametri che possono anche non essere condivisi.

Se consideriamo che la popolazione dell'intero territorio italiano di quel tempo era valutata intorno agli 11 milioni, appare evidente l'importanza del nostro comune con i suoi 8.834 abitanti. Una semplice proporzione, basata sull'attuale popolazione italiana, farebbe corrispondere il comune d'allora ad un odierno comune di circa 50.000 abitanti.
Il Comune era retto da un Consiglio Comunitativo formato da ventiquattro Consiglieri, dodici dei quali detti "Civici" in rappresentanza del centro e 12 dette "Rurali", in rappresentanza delle Ville.
Le riunioni del Consiglio, o Convocati, venivano presiedute dal Console che provvedeva alle convocazioni e proponeva gli argomenti da discutere. Rappresentava anche l'organo esecutivo, nel senso che era poi compito suo adoperarsi per mettere in pratica quanto il Consiglio, di volta in volta, aveva deciso. Tra i Consiglieri ve n'era uno che aveva il titolo di Sindaco, carica che non corrispondeva all'attuale: era responsabile in particolare della parte economica.
Nel corso dei Convocati, alcuni consiglieri venivano delegati spesso ad interessarsi di questioni anche importanti per poi riferire al Consiglio.
I Consiglieri non venivano eletti dalla popolazione, ma era il Consiglio scadente che estraeva da un "bussolo" i nomi che venivano poi proposti al Duca per l'approvazione.
Per entrare nel "bussolo" bisognava però possedere determinate caratteristiche per cui, specialmente tra i Consiglieri Civici, erano presenti, da decenni, membri appartenenti alle solite famiglie.
Perché il lettore possa meglio rendersi conto di come la Comunità venisse a conoscere i nominativi di coloro che erano incaricati di governare il Comune, riportiamo una lettera del 12 febbraio 1801, indirizzata dal Primo Ministro al Commissario di Borgo Taro.

"Sottoposta da me a S.A.R la Tabella del nuovo Reggimento formato per l'anno corrente da codesta Comunità, e da V.S. trasmessa con suo foglio in data 2 dello stante, ha confermato la nomina del Maggiore Angelo Boveri nella carica di Console, e ad un tempo in approvare in Consiglieri Civici il dott. Luigi Costamezzana, Sindaco; Capitano Francesco Piccinardi; Tenente Domenico Stradelli; Domenico casali; Cesare Bocci; Stefano Misuracchi; Antonio Celio; Celio Celi; Livio Cassio; Domenico Boveri; Gian Agostino Fenaroli e Giovanni Borella.

In Consiglieri Rurali il Capitano Giuseppe Costa di Tiedoli; Ajutante Pellegro Corbelletta di Tombeto; Mario Costella di Costerbosa; Agostino Agosti di Folta; Carlo Costella di San Pietro; Agostino Sabini di Monti del Groppo; Sergente Bartolomeo Ricci di Cazembola; Antonio Antolotti di Porcigatone; Paolo Baruffati di San Vincenzo; Innocenzo Baduini di Gotra, Michele Zampiccinini di Campi; Sergente Gio Batta Capitelli di Pieve di Campi.

In Cancellieri Ragionati dottor Antonio Rivara e Luigi Zino.

In Difensore dei Pupilli dottor Vincenzo Boveri; in Vicari di Provvigione Cesare Bocci e Antonio Celio; in Fabbricieri Livio Cassio e Domenico Boveri; in Computisti Civici Silvio Piccinardi e Domenico Fenaroli; in Computisti Rurali Tenente Gio Leonardi e Michele Bosi; in Stimatori Andrea Spagnoli e Bartolomeo Spagnoli; in Stradaroli Andrea Gavaini e Francesco Delnevo e in Campari Vincenzo del Chiappo e Vincenzo Spagnoli.

E finalmente per le due Congregazioni alle quali presiede il Giusdicente: per quella di Sanità il Maggiore Angelo Boveri, Console; il dottor Luigi Costamezzana Sindaco; il Tenente Domenico Stradelli e Domenico Casali. E per l'altra, d'Annona il Maggiore Angelo Boveri Console, il dottor Luigi Costamezzana Sindaco, Antonio Celio e Stefano Misuracchi.

Dovrà Ella dunque rendere di tutto ciò intesa l'accennata Comunità per sua regola, e conforme adempimento con stima…"

Praticamente con la "Tabella del nuovo Reggimento" si fissavano, ogni anno, i nomi e quindi le competenze di coloro che avrebbero avuto la responsabilità del buon andamento della vita della nostra Comunità.
Non sarà inopportuno, credo, che ci si soffermi un poco a chiarire le varie competenze legate ai diversi incarichi.
Già s'è parlato del Console e dei Consiglieri. Seguendo la "tabella" troviamo i Cancellieri Ragionati. Costoro redigevano i verbali delle sedute, curavano la corrispondenza, tenevano in ordine l'archivio corrente. La loro funzione era un poco simile a quella oggi svolta dal Segretario Comunale.
Il "Difensore dei Pupilli" era un avvocato ed aveva un compito assai delicato: quello cioè di difendere gratuitamente i minori e le vedove nei loro interessi spesso minacciati dall'avidità dei parenti del capofamiglia deceduto o comunque assente.
I "Vicari di Provvigione" avevano la responsabilità di non far mancare i generi alimentari alla popolazione. Controllavano altresì prezzi, qualità delle merci, pesi e misure. In tempi di carestie e di guerra, il loro compito diventava assai arduo ed impegnativo.
I "Computisti" erano i contabili e, a differenza dei moderni amministratori, non perdevano d'occhio il bilancio. Il loro compito era talmente delicato che ve n'erano ben quattro: due del centro e altrettanti per le ville. Poiché le spese della Comunità finivano per essere in gran parte a carico dei cittadini, l'amministrazione oculata, per non dire sparagnina, era d'obbligo.
Gli "Estimatori" erano altrettanto importanti dovendo stimare, tra l'altro, il valore delle proprietà e le rendite d'ognuno, in base alle quali poi fissare le tassazioni.
Per quanto riguarda gli "Stradaroli", nulla avevano a che fare con gli attuali. Essi sorvegliavano le strade, segnalavano rotture, inconvenienti, consigliavano interventi, prevedevano costi, sovraintendevano ai lavori.
I "Campari" erano un poco i Vigili d'oggi. Non essendovi però traffico motorizzato, il loro lavoro era rivolto a quanto accadeva nei campi. Difendevano i raccolti da danneggiamenti e furti, allora molto frequenti. La Comunità liquidava loro poche palanche: erano i proprietari dei terreni che, in base all'estensione e alla resa dei loro poderi, provvedevano a pagarli, quasi sempre in natura. I campari correvano un grave rischio: in caso di danneggiamento o furto, qualora non avessero scoperto il colpevole, avrebbero dovuto risarcire di tasca propria il proprietario del fondo.
In aggiunta a questi che erano incarichi legati ai bisogni della Comunità, ve n'erano anche altri.
Al Borgo risiedeva il Governatore o Colonnello Comandante la Piazza: rappresentava il Duca ed era responsabile del settore militare. Aveva autorità sulla "truppa regolata" presente per guarnigione sia nel castello che sul territorio[12], e anche sulla Milizia cittadina. A questo proposito non sarà sfuggito al lettore attento che tra i ventiquattro Consiglieri nominati per l'anno 1801, ben sette si fregiano di titoli militari: Maggiore Boveri, Capitano Piccinardi, Capitano Costa, Tenente Stradelli, Ajutante Corbelletta, Sergente Ricci e Sergente Capitelli.
La Comunità di Borgo Taro aveva infatti, per antica tradizione, milizie proprie. Ciò risaliva al fatto che nel 1578, allorché i Borghigiani si ribellarono al principe Landi, si diedero di propria iniziativa nelle mani di Ottavio Farnese, allora Duca di Parma, scegliendolo come loro Principe. E come stato indipendente mantennero, da allora, una loro milizia e godettero di molti e importanti privilegi.
Al Borgo risiedeva anche il Commissario: una specie di Prefetto, anch'esso rappresentante del Duca nel settore giuridico-amministrativo.
Dalle cifre riportate nella "Tabella dello stato passivo e attivo della Comunità dal primo luglio 1798 a tutto il giugno 1799", possiamo ricavare quali fossero gli emolumenti relativi ai vari incarichi. Praticamente solo il Governatore e il Commissario godevano di un emolumento regolare che era di L.2.700 annue. Per gli altri si trattava di piccole indennità: al Console e Consiglieri L. 283 complessive per tutto l'anno; al Sindaco L.60; al Difensore dei Pupilli L.168; al Giudice dell'EstimoL.60.
I servizi espletati dalla Comunità, rapportati ai tempi, non erano pochi.
Funzionava un ospedale civile, figuravano a carico del bilancio comunale un medico( a L…. ) e due chirurghi condotti per L…… (da completare)
Dovevano essere presenti anche le scuole pubbliche perché nella "tabella" risultano tra i "salariati annui" due maestri Repetitori con compenso annuo di lire 684; un professore di Filosofia(L.562); un professore di belle lettere(L.2.062 per dieci mesate); un "maestro di gramatica"(L.1.462).
Un posto di rilievo occupava l'organista della Parrocchiale il cui sussidio annuo era di L. 1.125, a carico della Comunità.
Sempre a carico del Comune vi erano un Bargello[13], alcuni Birri e un Corriere per una "mercede" annua complessiva di L.3.010.
Tra le altre prestazioni, interessante quella relativa alla "regalia" a Sua Altezza Reale(L.1.212), dovuta ai ??…. e quella assai gravosa di L.3.360 alle Reverende Monache di San Paolo.
Si trovano pure a bilancio alcuni impegni per diversi servizi particolari e così L.250 al regolatore dei Pubblici Orologi; L.168 a "chi suona la Campana delle pubbliche scuole[14]; lire 20 allo scopatore del volto della parrocchia; L.28 al Leva-mantici dell'Organo.
In quei tempi si svolgevano al Borgo due mercati settimanali nei giorni di lunedì e venerdì.
Le fiere erano quattro: quella della Pentecoste, di San Bartolomeo, di San Lorenzo e San Matteo. La più importante era quest'ultima che durava tre giorni. Per l'occasione il Borgo era letteralmente invaso da mercanti e compratori provenienti anche dai limitrofi Stati Esteri. Assai frequenti erano gli incidenti, i furti, i litigi e, a volte gli omicidi. Per questi motivi era obbligatorio nell'occasione delle fiere e mercati depositare ogni tipo di arma prima di entrare nel Borgo.
Molti commercianti tuttavia, erano assaliti e derubati lungo le strade che dal Borgo portavano ai paesi limitrofi. La Comunità, per evitare incidenti, chiedeva al Duca il permesso di usare un Ufficiale e alcuni soldati della truppa di stanza al Borgo. Infatti nella "Tabella" più volte richiamata si può notare per l'anno 1798 la spesa di L.168 "all'Uffiziale e soldati per la fiera di settembre".
Ci siamo soffermati a chiarire quale fosse l'organizzazione socio-politica nella quale vivevano allora i Borghigiani, perché senza tali riferimenti diventerebbe difficile comprendere i grandi mutamenti che avverranno pochi anni dopo. Inoltre la "storia" non è tale se non si cala tra la gente cercando di cogliere le condizioni di vita di un determinato periodo, e se non chiarisce come la società, d'in epoca in epoca, abbia risposto o cercato di rispondere, a quelli che erano i bisogni fondamentali dell'uomo.
 
PS: questa è la bozza (incompleta quindi) di un libro che spero di portare a compimento. Se Qualcuno me ne darà il tempo necessario.

mercoledì 21 agosto 2013

LEGGENDE DELLA VAL DI TARO: I fiumi fratelli

I fiumi gemelli

Taro e Ceno hanno origine da due sorgenti d’acqua che nascono dallo stesso ventre: il monte Penna.
Sono quindi fratelli. Ma per raggiungere il piano, e quindi il mare, verso cui li spinge la natura, dovevano passare a Fornovo. Non v’era modo che accadesse qualcosa di diverso. Lì si sarebbero incontrati e uno dei due avrebbe confluito le proprie acque in quelle dell’altro. Chi dei due avrebbe dovuto perdere il nome? Insomma, da Fornovo in avanti, e fino al Po, quale sarebbe stato il nome del fiume? Taro o Ceno? Chi l’affluente e chi il titolare?

Da bravi fratelli fecero un accordo: -Domani notte, appena spunterà la luna, partiremo. Ognuno per la valle alla quale darà nome. Chi per primo arriverà a Fornovo, potrà proseguire la corsa fino al Po con il proprio nome. Chi arriverà secondo, morirà nelle acque del primo, terminando lì la sua corsa.

La notte seguente, era di maggio, un cielo tutto stellato attendeva che dai monti spuntasse la luna. Le sorgenti dei due fratelli non si vedevano l’una con l’altra. Così mentre il Taro, da tempo sveglio, fissava guardingo l’orizzonte pronto a schizzare verso il piano, il Ceno ancora dormiva tranquillo.

Ed ecco la luna occhieggiare dai monti col suo biancore immacolato. Il Taro, radunate le forze, schizzava via e in un lampo era a Santa Maria.

Il Ceno si svegliava poco dopo. – Diavolo – pensò – la luna è già fuori tutta. Chissà se mio fratello è già partito". E senz’altro indugio si lanciava verso Anzola. Aveva fretta, molta fretta, e il percorso da lui scelto era molto ripido, tra forre e rapide, cascate e gole: voleva recuperare ad ogni costo. Da Bardi in avanti si scavò una valle profonda per evitare un giro attorno all’abitato di Varsi e poi via verso Varano.

Le montagne attorno, ormai, stavano degradando, capiva di essere vicino a Fornovo, dove la sua valle sarebbe terminata. Si lanciò con un ultimo balzo verso la pianura che spaziosa gli si apriva davanti. Ma fatto un centinaio di metri, s’accorse che suo fratello, il Taro, era già passato da tempo e le sue acque calme e solenni lambivano l’abitato di Fornovo Taro.

Il Ceno capì, allora, che la sua corsa era terminata. Da lì in avanti le sue acque avrebbero ingrossato quelle del fratello Taro che avrebbe conservato, così, il suo nome fino al Po.

lunedì 19 agosto 2013

BORGOTARO: QUALCOSA CHE CONOSCO - Le ammoniti


Le ammoniti


Quando lo scorso anno un amico regalò alla nostra Associazione un bellissimo esemplare di ammonite proveniente dalla Francia, gli occhi di alcuni amici brillavano di curiosità e di emozione, ascoltando l’amico che parlava di un animale vissuto milioni di anni fa nei fondali marini.

“Che valore ha”? “Se ne trovano molte”?, erano le domande ricorrenti.

“Davvero – dissi io – non avete mai visto un’ammonite? Eppure…non dovrebbero essere una novità per un borgotarese” proseguii rivolto agli amici che mi guardavano meravigliati.

“Chissà quante volte siete passati davanti ad alcune di queste ammoniti senza accorgervi della loro presenza” aggiunsi, incuriosendoli ulteriormente.

“Non farci credere che al Borgo ci siano delle ammoniti”, disse Mario.

Mi seguirono fino ai giardini, e giunti di fronte al Monumento ai Caduti li invitai a leggere la bellissima epigrafe scritta da Paolo Boselli. Quando giunsero all’ultimo verso, dove si legge “gloria perenne”, tutti scoprirono sotto la parola “gloria” la presenza di una bellissima ammonite. Poi si divertirono, guardando le rimanenti facciate del monumento, a scoprire altri molluschi…

Le lastre di marmo rosa usate per il monumento provengono dalle Prealpi veronesi. Il blocco marmoreo dal quale vennero “affettate” le lastre conteneva l’ammonite e gli altri invertebrati che noi possiamo tranquillamente ammirare in questa specie di museo naturale all’aperto.

Chissà se almeno qualcuno dei miei tanti scolari ricorderà ancora l’emozione di quella lontana scoperta.

(Questa “scheda”, insieme ad altre 55, si trova nel volume “Borgotaro: qualcosa che conosco”, ed. 2005, purtroppo, da tempo esaurito.)

Nella foto: l'ammonite regalata all'Ass. Emmanueli da Peppino Querzola

Aggiungo che il monumento ai Caduti venne eretto, come si legge in alto, ai piedi della lupa, il VI° anno dell' era fascista, quindi nel 1928.

Splendida l'epigrafe che si legge sulla facciata principale del Monumento:



Partirono forti

come l'aria di questi monti

Nella loro umiltà alto il cuore per la Patria.

Pugnarono intrepidi

e cadendo eroicamente

diedero a sé e alla città natale

gloria perenne.



Se non vi è mai capitato di farlo, provateci a contare quante giovani vite Borgotaro ha donato alla Patria nel corso della Prima Guerra Mondiale. E pensare che ad uccidersi vicendevolmente furono italiani, francesi, inglesi, austriaci, tedeschi....ci volle un'altra terribile guerra (la seconda) per convincerci, finalmente, che nazioni così civili non potevano continuare a far morire milioni di persone per un pugno di terra.

I caduti borgotaresi della prima guerra mondiale furono 172

Innumerevoli i feriti e i mutilati.








GENEALOGIE: Matrimoni dell'anno 1870

Matrimoni dell'anno 1870

Matrim1870 Sposo Sposa note
1 Antonietti Angelo Corvi Teresa 14
2 Apollinari Antonio Zanrè Luigia 6
3 Armani Emilio Mariani Domenica 36
4 Bardini Giuseppe Santini Giov. Maria 44
5 Bardini Luigi Bonici Luigia Maria 42
6 Bracchi Angelo Berusi Celina 22
7 Bracchi Giuseppe Bonini Angela 24
8 Bazzani Antonio Costa Giovanna 28
9 Bazzani Giovanna Marchini Santa 17
10 Beccarelli Antonio Vignali Margherita 8
11 Bonici Giorgio Delnevo Annunziata 13
12 Bordi Emilio Spagna Antonia 46
13 Bordi Luigi Ruggeri Luigia 20
14 Brugnoli Domenico Restani Marianna 12
15 Brugnoli Giovanni Delnevo Maria Luigia 43
16 Calabrò Sante Nobelini Lucia 31
17 Capella Luigi Bardini Rosa 7
18 Capitelli Giovanni Cresci Maria 9
19 Castagnoli Giuseppe Gasparini Maria 10
20 Costa Giuseppe Bonici Maria -
21 Costa Giuseppe Gandi Luigia -
22 Costa Michele Pini Maria -
23 Dallara Antonio Signorini Rosa -
24 Delnevo Giuseppe Capella Anna Maria -
25 Dicosimo Michele Cordani Teresa Decosimo
26 Ferrari Antonio Zanrè Angelica -
27 Ferrari Domenico Bicocchi Maria -
28 Ferrari Luigi Mortali Filomena -
29 Franza Giovanni Feci Maria -
30 Fugaccia Luigi Giulianotti Maddalena Giuglianotti
31 Gallinari Abramo Capitelli Annunziata -
32 Gandi Giovanni Pesci Celesta
-
33 Gandolfi Francesco Accorsini Giovanna
-
34 Gasparini Angelo Delmaestro Angela
-
35 Gasparini Giovanni Bontempelli Catterina
-
36 Gasparini Giuseppe Soprani Giovanna
-
37 Gatti Giovanni Delnevo Elisabetta -
38 Lavelli Angelo Previ Maria -
39 Leonardi Andrea Tambini Giovanna Maria 32
40 Malpeli Pietro Leporati Anna Maria 3
41 Minoli Domenico Franza Luigia 33
42 Misuracchi Claudio Brugnoli Anna Maria 40
43 Molinari Antonio Accorsini Maria 29
44 Mortali Domenico Molinari Giovanna Maria -
45 Mussi dott. Rufino Conti Maria
-
46 Negri Bernardo Marchini Maria -
47 Novara Marco Gatti Rosa Maria -
48 Piscina Luigi Zazzi Antonia -
49 Platoni Antonino Zazzi Agnese -
50 Previ Nicola Belusi Adelaide 21
51 Resteghini Giuseppe Bertagna Angela 21
52 Rodi Giuseppe Bombardi Angela 14
53 Rollè Giuseppe Coffrini Giovanna 43
54 Rossi Domenico Bonici Rosa 57
55 Sabini Ottavio Beccarelli M. Maddalena 55
56 Sabini Ottavio Lunardini Giovanna 13
57 Santini Ferdinando Leonardi Angela 41
58 Scarlassari Pietro Previ Luigia 1
59 Sozzi Domenico Biolzi Maria -
60 Tambini Antonio Marchini Giovanna
-
61 Tambini Lorenzo Marchini Maria -
62 Vignali Domenico Tambini Margherita
-
63 Zanrè Felice Santini Rosa Maria
-